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Il romanzo inedito ULTIMA ESPERANZA è stato selezionato tra i 12 finalisti del PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA NERI POZZA su 1.304 manoscritti inviati.

 

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Feste d’autunno in Piemonte


Conferenza tenuta a Monticello d’Alba il 7 novembre 2014 per la rassegna “Noi ad Halloween preferiamo Aglio e Vin”

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Oggi la stagione autunnale è vista come un periodo di mestizia, il cui simbolo centrale è il crisantemo, con la visita al camposanto per la messa in suffragio dei defunti. Ma il momento centrale dell’autunno in altre epoche era considerato un capodanno ed era occasione di festa. Qualcosa di queste feste è arrivato fino a noi in varie forme.

C’è stato un tempo in una remota epoca in cui società prive di scrittura, ma altamente evolute, conducevano una vita fondamentalmente imperniata sull’agricoltura, la caccia e la pastorizia, e la colmavano di una raffinata spiritualità con un ricco pantheon di mitiche divinità della natura e di rituali ad esse connessi. I Celti, come i loro vicini Germani (popoli che per comodità indichiamo genericamente con questi nomi, ma che in tutto il nord Europa erano rappresentati da etnie tra loro spesso assai diverse), erano una di queste società, e di loro abbiamo notizie non solo dall’archeologia, ma anche, e soprattutto, ne siamo informati grazie alla mediazione intervenuta per mezzo dei loro invasori-conquistatori romani. Qualcosa in più dei Celti e dei Germani sappiamo non perché si siano raccontati essi stessi, ma perché ce li ha raccontati una civiltà dotata di scrittura.

Così sappiamo per esempio che per i Celti (o celto-liguri per il Piemonte) alcuni luoghi erano sacri: una grotta, una sorgente, un laghetto, un albero in una radura, una collina, un bosco, e lo erano alcuni animali selvatici, o allevati in stato semi-selvatico come i maiali (c’è stato perfino un periodo a partire dal V secolo in cui i maiali erano diventati l’unità di misura di un bosco), lo erano gli eventi della natura, lo era il tempo, scandito dalle date che segnavano un eterno ritorno annuale nel ciclo delle stagioni. Per una società principalmente agraria, la Natura, il calendario, l’avvicendamento delle stagioni, rivestono un ruolo essenziale legato al ciclo stesso della vita e della morte. Alcune date rappresentano la fine di un ciclo, in analogia con la morte, ma anche l’inizio di uno nuovo, in analogia con la nascita, o una ri-nascita.

In questo tempo di passaggio, di transizione, sospeso tra vita e morte, i morti possono incontrare i vivi. Il sottile diaframma che separa i due mondi si rende permeabile. I morti possono far visita ai viventi, e i viventi si recano alla casa dei defunti, la tomba, il cimitero, per rendere loro omaggio. Come il seme che deve germogliare, il morto è una entità sotterranea che può propiziare la buona riuscita di una nuova annata di raccolti. Perciò per i Celti la notte del 31 ottobre era festeggiata con un banchetto che si svolgeva orgiasticamente con abbondanti libagioni presso i cimiteri. Il giorno dopo era Samhain, il Capodanno dei Celti, parola che forse significa “fine dell’estate”. Le festività di questo Capodanno duravano 12 giorni, dal 31 ottobre all’11 novembre, ma torneremo più avanti su queste date e sul sistema di calcolo duodecimale. Può sembrare strano un Capodanno autunnale, ma dal punto di vista di una cultura contadina non lo è affatto: è la conclusione di un ciclo agrario annuale. Molte feste annuali sono connesse sin dall’antichità a cicli di morte e rinascita, per la cristianità lo è anche la Pasqua, con il mito della morte e resurrezione della divinità, o le feste laiche (quasi una parodia popolare pre-quaresimale del tema pasquale) che prevedono la “morte di Re Carnevale”, spesso rappresentata con il rogo di un fantoccio condotto da cortei di maschere festanti.

Ma torniamo al nostro mondo nordico, al quale può essere accomunato anche il Piemonte arcaico e contadino. Dai dati che possediamo, sappiamo che il Capodanno celtico era forse la festa più importante dell’anno. Una festa in cui si sacrificavano animali, si accendevano falò, si cantava, si danzava, ci si ubriacava e cadevano le barriere tra il popolo e le autorità. In questo tempo sospeso perfino il re poteva subire una sorta di processo rituale e forse burlesco. Molti indizi (anche ricavati da riscontri linguistici e medievali) fanno pensare che nella notte di Samhain e forse nei giorni successivi, si aggirassero torme di maschere in processione, un po’ demoniache, forse intese a raffigurare il ritorno dei defunti. Halloween perciò non sarebbe che la rappresentazione tarda e degradata di usanze antichissime. Non è esente da questo processo di rifunzionalizzazione la figura folclorica di San Nicola (altra ricorrenza autunnale che cade il 6 dicembre), culto trasferito dall’Asia Minore all’Italia, fino a diventare San Nicolò o anche  Nicolao, come ad esempio nel Roero, poi Santa Claus nei paesi nordici, per venirci infine restituito sotto forma di Babbo Natale dagli Stati Uniti, vestito da lappone ma con i colori della Coca Cola.

Di origine forse germanica ma trasferitosi un po’ in tutta l’area nordica, è il motivo della “caccia selvaggia” o della Mesnie Hellequin o Herlequin, la masnada di Alichino (secondo il nome dantesco di uno dei diavoli). Hellequin (che porta nel nome la radice “Hell” = Inferno) nella leggenda medievale è il re dei demoni o uno spettro infernale che guida nottetempo un corteo errabondo e terrifico di defunti senza pace. Il fatto che il nome di Alichino sia giunto fino a Firenze è importantissimo per indicare che la leggenda nordica ha avuto diffusione e vitalità tali da arrivare fino ai confini dell’Europa meridionale.

Hellequin, Herlequin, Arlequin, Alichino, Arlecchino. La maschera comica della commedia dell’arte italiana è un sicuro derivato di maschere demoniache od oltremondane di antichissima provenienza. Ma su questo, come dice Paolo Toschi nel suo Origini del teatro italiano, s’è scritta un’intera biblioteca, e non insisterei oltre. Quel che è certo è che miti e riti ancestrali hanno proseguito il loro cammino con grande vitalità fino ai giorni nostri, anche attraverso sincretismi d’ogni genere: barbarico-romani, cristiano-pagani, folclorico-consumistici.

I termini maschera e masca hanno radici comuni. Nel contesto delineato, è interessante anche il tema dell’etimologia del termine masca, parola di origine germanico-longobarda, ma vi è chi la fa risalire a un sostrato pre-indoeuropeo, sinonimo  del latino larva, intesa ad indicare inizialmente un morto, poi l’eventualità che il morto ritorni in forma di lamia o striga divoratrice dei vivi, fino a diventare la strega che conosciamo anche nel nostro dialetto e nel folclore provenzale e piemontese. Il termine masca lo troviamo citato (scritto) per la prima volta nel 643 d.c. nella Loi des Lombards,  l’Editto di Rotari. Va detto che inizialmente i Padri della Chiesa hanno cercato di contrastare l’idea che le anime dei morti potessero ritornare o apparire ai vivi in qualche forma reale, anche per opporsi al culto dei morti che era centrale nel mondo pagano e da cui occorreva prendere radicalmente le distanze. Sant’Agostino, permeato di tardo-ellenistico razionalismo aristotelico, affermava che se la sua defunta madre Monica ne avesse avuta la possibilità gli avrebbe sicuramente fatto visita, tanto era l’amore che in vita aveva avuto per lui. Se ciò non avveniva, era la dimostrazione che chi era ormai nell’Aldilà non aveva modo di comunicare con la vita terrena e di preoccuparsi dei vivi. Il culto dei morti per la Chiesa cristiana delle origini andava sostituito da riti funerari che, associati alla cura del luogo di sepoltura, avevano solo lo scopo di rispettare i parenti del defunto. La venerazione dei defunti poteva solo essere consentita per il culto dei Santi, i soli veramente meritevoli di memoria in quanto morti per le fede e più vicini a Dio. La dottrina cristiana affermava (e lo afferma tuttora) che le anime dei morti erano nelle mani di Dio fino alla fine dei tempi, in attesa della resurrezione dei corpi e del Giudizio Finale. Quale significato poteva dunque avere il loro culto prima di tale Giudizio?

In questo sistema agostiniano si è successivamente posto un problema. Ovvero: che ne è delle anime dei morti, dalla data del trapasso al momento della resurrezione? E su questo tema di difficile soluzione si innestano credenze folcloriche mai sopite. Come spiegare le frequenti apparizioni di spettri che popolano le notti degli uomini e di cui si hanno innumerevoli testimonianze scritte? Già intorno al VII secolo Gregorio Magno riporta alcuni racconti di spettri nei suo libro dei Dialoghi. Le teorie si sovrappongono: gli spettri non sono l’anima del morto ma sono solo visioni di immagini (imago), i morti appaiono ai vivi per concessione di Dio, i Santi appaiono a portare messaggi perché trasportati dagli angeli, ecc.

Le credenze popolari relative al “ritorno dei morti” hanno avuto ed hanno in parte tuttora ampia diffusione. L’ambiguità del rapporto con la morte è evidente, tra affetto per i propri cari trapassati e repulsione per il loro spirito inquieto che talvolta si teme non voglia stare nel suo mondo e provi invidia per i vivi. La consistenza dello spettro nelle sue apparizioni è spesso indefinita. La parola stessa di spettro deriva da “spectrum”, che con “speculum”-specchio condivide la stessa radice etimologica, nel senso che ciò che si vede non è altro che l’immagine speculare del morto.

Il culto dei morti (ovvero degli antenati, tipico di tutte le culture “primitive”) dell’antichità pagana, sia celtica che romana, sopravvive ad onta di ogni tentativo di contrastarlo. Anche la festa del 1 novembre proseguiva evidentemente pressoché indisturbata. E come spesso è successo nella storia del cristianesimo, la soluzione più indolore era quella di ricomprenderla nel calendario liturgico. Così l’episcopato franco alle fine dell’VIII secolo istituisce per il 1 novembre la festa di Ognissanti, e nel 998 Odilone di Cluny (siamo sempre, non a caso, in area francese) ordina di celebrare l’ufficio dei defunti per la data del 2 novembre. A poco a poco questi riti si diffondono poi in tutta l’area cristiana. Finché,  intorno al XII secolo, per dare finalmente una collocazione a questi defunti senza pace, si individua “un terzo luogo”, non riportato dalle Scritture, e si inventa così il Purgatorio (cfr. l’insuperabile indagine di Jacques Le Goff, La nascita del Purgatorio). Dante Alighieri sarà il poeta che darà ordinata rappresentazione a tutta questa concezione del l’Aldilà, sia per quanto riguarda la collocazione del Limbo per i pagani illustri, sia per ciò che riguarda la posizione dell’Inferno, del Purgatorio e di tutta la cosmologia coincidente con le sfere celesti in cui si situa il Paradiso. Si sviluppa così un’ampia aneddotica relativa a morti che si rivolgono ai vivi per richiedere preghiere, messe di suffragio, (le messe di trigesima…), perché solo le preghiere dei viventi possono accelerare la fine delle pene e la sospirata conquista del Paradiso, anticipando il Giudizio. Per la cultura popolare la notte che precede la ricorrenza dei defunti è la “loro” notte. Le anime del Purgatorio, nella loro apparenza corporea, si levano dalle tombe e si recano in processione per le vie dei paesi – quasi come la Mesnie Hellequin – ed è meglio non uscire per non disturbarle e soprattutto per non morirne di spavento. Le chiese si arricchiscono di pitture ammonitrici che rappresentano “il trionfo della Morte”, in cui le anime in pena si avviano incolonnate verso il loro ultimo destino.

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Per tale ragione è anche necessario che il morto sia adeguatamente vestito al momento della sepoltura, in modo da non sfigurare quando farà la sua uscita. Una leggenda veneta racconta di una bambina che, inumata con povere vesti dismesse dai fratelli, quella notte abbia bussato alla porta della madre e si sia lamentata per essere stata seppellita così malvestita: “Me vergogno d’andar in procession con sti altri perché son tuta strassada!” (Cattabiani). Spesso c’è l’usanza di lasciare un letto appena rifatto per consentire al morto di riposare nella propria casa, e sul tavolo della cucina occorre lasciare del cibo (normalmente fave o castagne e vino) perché si possa rifocillare. Questa era ancora usanza delle nostre nonne, che ci mandavano a dormire subito dopo la recita del rosario.

Un tempo, la notte che precedeva il 2 novembre le campane suonavano a morto fino all’alba. Si racconta che in alcuni luoghi (Giaglione) i giovani provvedessero loro stessi a salire sul campanile bivaccando e bevendo tutta la notte per suonare le campane. Nel sinodo di Asti del 1627 si stigmatizzava che vi fossero persone che accendevano fuochi sui sepolcri e vi deponevano cibi e bevande.  Reminiscenze forse degli antichi banchetti funebri offerti ai morti nel Capodanno celtico? Nel giorno dei morti, poi, si usava mangiare ceci e andare a fare una benaugurale semina di un po’ di grano per assicurarsi la benevolenza della natura per i raccolti dell’anno a venire. Vi sono anche testimonianze di questue eseguita dai bambini che “andavano per anime” con un velo nero in testa per somigliare forse ai morti e giravano per le cascine con una cesta chiedendo qualcosa da mangiare in suffragio delle anime del Purgatorio (Cossano Belbo).

I morti sono i parenti più cari, cui va offerto rispetto e preghiere, per liberarli dalle loro pene, ma anche per liberare definitivamente i vivi dalla loro inquietante presenza. Altre leggende narrano di morti molto affamati, e che in mancanza d’altro possono anche aggredire le persone che si trovano a tiro. Queste sono figure che ricordano molto da vicino le terribile lamie dell’antichità, e in fondo anche il tardo mito del morto vivente o del vampiro. Euclide Milano racconta che le donne timorose per aver udito rumori sinistri in casa gridassero: “Se veni da part de Diu parlé, se veni da part del diau fé vostra strà”.

In molte tradizioni  si crede anche che lo spirito del morto non abbandoni immediatamente il suo corpo, ma che continui ad aggirarsi in casa per alcuni giorni. In certi casi c’era l’usanza di sussurrare all’orecchio del morto messaggi da portare nell’aldilà ad altri trapassati per informarli delle ultime vicende di casa. Come si vede, siamo di fronte a una ricorrenza fortemente cristianizzata, ma ancora venata di sopravvivenze e superstizioni che affondano le loro radici  in un remoto passato pagano intriso di antichi culti agrari.

Come accennavo all’inizio, le feste del Capodanno celtico duravano 12 giorni, dalla notte del 31 ottobre fino all’11 novembre (per coincidenza numerologica, si noti che anche il nostro Capodanno è al centro dei cosiddetti 12 giorni santi che vanno dal 26 dicembre all’Epifania, forse perché il calcolo su base 12 ha avuto un tempo ampia diffusione, basandosi sul numero di falangi delle dita), data che è stata dedicata a un altro santo folclorico, San Martino, uno dei santi più popolari del calendario contadino e a cui sono dedicati numerosi nomi di località. A San Martino si pagavano gli affitti, venivano rinnovati i contratti agricoli e le famiglie senza contratto dovevano fare trasloco, da qui l’espressione “Fare San Martino”. (Aggiungo un piccolo aneddoto storico. Si tramanda che il re Vittorio Emanuele II, preoccupato per l’andamento della battaglia di Solferino e San Martino, si rivolse in dialetto ad una formazione di soldati piemontesi, con la frase rimasta celebre: «Fioeui, o i piuma San Martin o i auti an fa fé San Martin a nui!»). San Martino, era patrono della gente di chiesa, dei soldati e dei cavalieri, dei viaggiatori, che appendevano un ferro di cavallo sul portale delle chiese a lui dedicate, degli osti e degli albergatori, che alla sua festa si arricchivano, dei vignaioli, dei vendemmiatori (perché era il periodo in cui si spillava il vino nuovo), e di molte confraternite. San Martino era considerata festa grande nelle civiltà contadine, e in alcune località chi lavorava nel giorno della sua festa poteva subire castighi e dispetti, come a Martedì Grasso.

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Con la conclusione dei lavori agricoli, anche i buoi andavano a riposo, ma i capi più anziani, a fine carriera, erano destinati ad altra sorte. Eseguiti gli ultimi lavori dell’autunno, come l’aratura, venivano rinchiusi nella stalla e messi all’ingrasso con fieno, cereali, fave ecc.. Una discreta meritata pensione, se non fosse che il bue grasso diventava il piatto principale del pranzo di Natale. Molto apprezzati anche i vitelli allevati in cascina, da cui il nome di “fassone”, dall’espressione francese: A la façon du particulier”. Ma per molti secoli la carne non è stata il piatto principale delle famiglie contadine, periodicamente soggette a tremende carestie e all’incombente spettro della fame. Se per la cultura greco-romana una dieta essenzialmente basata su prodotti vegetali e la sobrietà erano considerati una virtù, nei secoli successivi l’uso della carne, almeno come cibo desiderato, prende il sopravvento. Dai romani era considerato un alimento barbarico, mentre i popoli barbari del nord avevano il mito del guerriero grande e forte che si doveva dimostrare tale anche come robusto mangiatore, soprattutto di cacciagione. Ma almeno dal XIII secolo, quando gli spazi boschivi comuni per i contadini vengono sempre più ridotti o ad essi preclusi (innumerevoli le liti tra i rustici e i monasteri o i feudatari), l’accesso alle carni e all’allevamento brado si contrae notevolmente. L’alimentazione dei contadini è quasi esclusivamente composta da cereali, legumi e ortaggi, costretti all’antica sobrietà romana loro malgrado.

Piatto simbolo e conviviale del periodo autunnale piemontese è la “bagna cauda”. La sua invenzione si pone dunque anche come un economico stratagemma per aggiungere un po’ di proteine alla dieta di ortaggi e pane (e in seguito di polenta). Va fatto  qualche rapido cenno all’usanza gastronomica (perché di questo oggi soprattutto si tratta, prima ancora che di un originale esempio di alimentazione). Innanzitutto, è innegabilmente un piatto a base di pesce di mare, le acciughe, quindi inusuale per un territorio continentale,  ma nato in un’epoca in cui era pressoché impossibile trasportare del pesce fresco. Il prodotto base, dunque, deriva da un problema di conservazione dei cibi. L’unico modo per consumare il pesce era salarlo. Lo stesso procedimento adottato per il baccalà, altro componente tipico della cucina piemontese. Si è pensato che le acciughe venissero in realtà trasportate per mascherare con uno strato superficiale il contrabbando di barili di sale che era sottoposto a forti gabelle doganali. Tuttavia non è chiaro se il costo delle acciughe fosse così basso da rendere effettivamente conveniente questo sistema. Ci sono dubbi al riguardo. Quanto all’aglio, è ampia la letteratura, da Plinio in poi, sulle sue qualità medicinali e apotropaiche: dalla proprietà di scacciare i serpenti, ai vampiri e le streghe. Per questa ragione stava appeso in corone sulle porte delle case un po’ in tutta Europa. In Grecia, durante alcune pratiche rituali, era mangiato dalle donne per la sua virtù di favorirne la castità, forse per via dell’alito sgradevole, si può presumere.

Certamente la bagna cauda è stato un ottimo modo per arricchire e consumare in maniera conviviale le verdure invernali che crescevano nell’orto familiare: cavoli, cardi e peperoni in primo luogo. Ma va ricordato che se anche la ricetta della salsa si perde nella notte dei tempi (quando ancora si usava l’olio di noci o nocciole per carenza di olio d’oliva), i peperoni sono entrati nella cucina europea con tutte le solanacee solo dopo la scoperta dell’America, e che l’ingresso nella cucina popolare di queste verdure d’oltre oceano non è stato così rapido. Si pensi che ad esempio la patata ha superato ogni diffidenza solo a partire dalla fine del  Settecento, mentre prima era considerato cibo per maiali.  Concludo citando un altro tubero che primeggia nella bagna cauda: il topinambour, che è il rizoma di quelle belle e altissime margherite gialle che fioriscono alla fine dell’estate (ed ecco il tema simbolico del passaggio stagionale che curiosamente ritorna) e si trovano spesso un po’ emarginate lungo i fossi e le scarpate. Anche il topinambour viene dall’America, inizialmente destinato ad ornare i giardini, oggi è considerato un prelibato e indispensabile accompagnamento di questa famosa salsa di aglio e acciughe.

Monticello d’Alba, 7 novembre 2014

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Il museo Teatro del Paesaggio di Magliano Alfieri


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 Il 13 giugno 2015 si è inaugurato il nuovo museo Teatro del Paesaggio nel castello di Magliano Alfieri alla presenza del Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e del Direttore dell’Associazione dei Paesaggi Vitivinicoli UNESCO Roberto Cerrato. L’apertura del museo è il punto di arrivo di una lunga vicenda culturale partita molti anni fa e che fa del paese di Magliano un vero e proprio caso di peculiare interesse per l’area Langhe-Roero.

Erano gli anni 60-70 quando un gruppo di giovani capitanati da Antonio Adriano iniziava a riflettere sulle trasformazioni sociali in atto, l’abbandono delle campagne, la riduzione degli antichi villaggi a sobborghi-dormitorio, il disfacimento dei valori della civiltà contadina, proponendo una riscoperta “spontanea” di musiche, canti, riti, tradizioni. Nasceva così il Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri, che ha contribuito fortemente a dare nuovo impulso alle ricerche etnografiche nel Basso Piemonte.

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Dopo il caso, con taglio più politico e cantautorale, di Cantacronache a Torino, il fenomeno del folk revival si stava nuovamente imponendo in tutta Italia (in quegli stessi anni, ad esempio, nascevano al Sud gruppi come la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone), anche per un recupero di consapevolezza identitaria e di contrapposizione a scelte di potere e di sviluppo non condivise. Il tema dell’identità nella cultura popolare è poi stato abbandonato dall’area progressista per lasciarlo purtroppo in balia di incolti rigurgiti regressivi che hanno fatto presa proprio sui ceti meno consapevoli.

Il Gruppo di Magliano ha raccolto testimonianze, materiali, oggetti che dovevano, nelle intenzioni di Antonio Adriano, costituire il nucleo di un museo etnografico. Negli anni successivi, grazie al recupero degli spazi del castello, si sono così potute aprire le prime sale di un Museo dei Gessi, che espone gli interessanti manufatti derivati dalle cave di gesso della zona e che venivano utilizzati principalmente per decorare le volte delle case contadine, oltre a fornire un ottimo isolamento termico.

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La morte di Antonio Adriano è prematuramente giunta pochi anni fa senza che potesse vedere la luce il museo etnografico da lui immaginato con gli altri oggetti raccolti dal Gruppo. Nasceva contestualmente, a pochi chilometri di distanza nel castello di Cisterna d’Asti, il Museo delle Arti e Mestieri di un Tempo che dava ampia e scientifica sistemazione a numerose raccolte di strumenti di lavoro e oggetti di vita quotidiana del passato, e che costituisce, ancora oggi, forse il più completo repertorio di materiale etnografico piemontese. Ripetere a Magliano qualcosa di analogo non sarebbe stato opportuno.

L’Associazione che cura le sorti del castello Alfieri, con il supporto essenziale e convinto dell’Amministrazione comunale e con il contributo scientifico dell’Università di Pollenzo, ha così rivisto il progetto, convertendolo in un moderno percorso multimediale, limitando l’esposizione di oggettistica e dedicandolo al tema del paesaggio, inteso come paesaggio geografico, umano, rituale. Ottenuti i fondi dell’Unione Europea, il progetto è decollato, e nel giro di due anni il museo è stato puntualmente terminato, nella sua originalità, contemporaneità e fruibilità.  Aperto al pubblico in via sperimentale nel mese di maggio, presentato al Salone del Libro di Torino, è ora pronto ad accogliere il nuovo turismo culturale della regione e a trasformarsi anche in laboratorio e centro studi. Un modello di intervento vincente, dedicato alla memoria di Antonio e di cui il paese di Magliano può andare fiero.

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foto: P. Destefanis

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Lettura: L’acino fuggente


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    Sembrano due allegri compagni di sbronze, e probabilmente lo sono davvero, ma sicuramente sono gente consapevole. Così almeno recita suppergiù il titolo di un loro noto libro.  Ora, con L’acino fuggente, scafatissimo libro-manuale d’uso di Langhe, Monferrato e Roero, ci raccontano con lo spirito di un Candide che si aggira nel migliore dei mondi possibili un territorio dalle infinite bellezze, peculiarità, prelibatezze (e di qua e di là, eccetera, come direbbero loro).

    La ditta Remmert & Ragagnin scrive un libro divertente da leggere d’un fiato e portarsi in macchina se si va da quelle parti. I due ci ricordano un po’ anche Pinocchio e Lucignolo alla scoperta del Paese dei Balocchi. Quante meraviglie, quale cuccagna! In più col lieto fine. Ma il primo consiglio di lettura è per chi quel territorio lo conosce a fondo, per esserci nato o vissuto o cresciuto o per averci ancora le ossa dei propri avi: siate indulgenti,  mettete da parte la gelosia atavica dell’indigeno per il proprio pascolo ancestrale e affidatevi allo sguardo dell’antropologo che parte alla scoperta di una cultura e la analizza con vicinanza empatica, ma con lo sguardo da lontano, come Levi-Strauss.

    R&R affermano, e lo mettono nero su bianco, di non saper distinguere una vacca da un toro. Potrebbe sembrare una battuta, falsa modestia, ma in effetti lasciano perplessi quando scrivono che il bue grasso produce, tra l’altro, anche ottimo latte… mah, detto così… Oppure quando ammettono che la parola piemontese fuiot (pentolino) gli scappa di pronunciarla fujot con la J alla francese. E, sempre in tema linguistico, chi gli ha suggerito  – o non gli ha impedito – la grafia bagna caùda, con l’accento sulla U? Il piatto nazionale piemontese lo si scrive in vari modi a seconda delle scuole di pensiero fonetico-dialettologico: bagna caoda, bagna caôda, bagna càuda (Wikipedia), o semplicemente bagna cauda così come la si pronuncia. Era così semplice, perché quell’accento fuori posto? Sorvoliamo, perché abbiamo scelto di essere indulgenti, e i due sono persone divertenti e uomini di mondo, anche se non hanno fatto il militare a Cuneo. Hanno anche capito che la strada più breve da Torino per andare ad Alba non consiste nel dirigersi ad Asti. Infatti lo sanno tutti che per andare ad Alba bisogna seguire le indicazioni per Savona. Si prende da Moncalieri e si segue la statale 29 del Colle di Cadibona (mica per niente ad Alba ci sono piazza Savona e corso Savona). In fondo il Piemonte meridionale è terra di mare, lo dicono anche loro. E il piatto più tipico è un piatto a base di pesce (vedi alla voce bagna cauda), guarda caso.

    Premesso tutto questo, il libro ci prende per mano e ci fa gironzolare su e giù per le colline del Piemonte profondo in una girandola di luoghi, di paesaggi, di vestigia del passato e di sorprese del presente. Senza confini, di fatto, che non siano quelli determinati dalla cultura materiale: le zone vinicole, le specialità gastronomiche, le coltivazioni; e poi le chiesette e i castelli, questi ultimi spesso chiusi, ahimè. Perché va detto che si tratta di un territorio che ha tuttora delle ritrosie a farsi scoprire e ad aprirsi definitivamente e per intero al turismo intelligente. Popolo testardo quello delle colline.

    Ma il principale pregio del manuale di R&R, e qui sta il secondo consiglio di lettura, consiste nella loro visione “esterna”, come già accennato, da visitatori innamorati senza essere direttamente coinvolti dalle mille problematiche che il luogo soffre e sulle quali preferiscono sorvolare: il dilagare delle migliaia di capannoni di fondovalle (e non solo) con villetta annessa che hanno trasformato tutta la valle del Tanaro in un immenso tentativo di Nordest industriale, con buona pace dell’Unesco; gli eterni conflitti e freni locali (politici, culturali, economici) che tagliano le gambe alle eccellenze che pure esistono e per fortuna si impongono sempre più, sebbene a macchia di leopardo e non in modo diffuso come sarebbe auspicabile. La visione proposta dal libro ci restituisce solo la bellezza di luoghi troppe volte offesi e ci suggerisce di preservarne l’amore.

    A proposito, i due sono passati anche dal mio paese d’origine, Govone, e inseriscono solo la descrizione del salone del castello, forse desunta da qualche guida. Presumendo che non abbiano “lavorato” di domenica, in tutti gli altri giorni della settimana si sarebbero dovuti trovare di fronte all’annoso problema per la visita nei giorni feriali: è chiuso.


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ORSI, SPOSE E CARNEVALI


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Prefazione

I sei saggi che appaiono in questo volume sono stati scritti in un arco di tempo di sedici anni, dal 1996 al 2011, talvolta pensati molto prima, ma pubblicati parecchio dopo, oppure talvolta solo sintetizzati, o addirittura, in un caso, rimasti inediti. La mia collocazione non accademica e defilata rispetto ai circoli culturali “ufficiali” non ha sicuramente giovato a una conoscenza più diffusa dei miei lavori. Questa pubblicazione raccoglie perciò tutta la mia – peraltro assai contenuta – attività  svolta negli anni di “etnologo autodidatta” (si definiva così anche Claude Levi-Strauss, ma io sono un nano sulle spalle di un gigante), nella sua forma integrale e originale. I testi che seguono hanno pertanto subito una revisione leggera, con minime correzioni,  senza le integrazioni e gli aggiornamenti metodologici e bibliografici che oggi agli addetti potrebbero apparire necessari.  Numerosi studi, convegni e pubblicazioni su questi argomenti sono apparsi negli ultimi anni, ma, e lo vorrei dire senza peccare di presunzione, ho spesso trovato confermate (non obsolete, e semmai consolidate e arricchite) le idee centrali da me elaborate negli anni di lavoro solitario. Quanto al procedimento di analisi da me utilizzato, potrei definirlo una sorta di evoluzione del metodo storico-comparativo rielaborato alla luce dei portati dell’antropologia strutturale, e credo di averne spiegato le ragioni nelle premesse del saggio Le spose di carnevale a cui rinvio.

Al di là delle date di pubblicazione dei testi di questa raccolta, i miei interessi antropologici, che hanno viaggiato in parallelo con molte altre passioni, la narrativa in primo luogo, hanno radici profonde. Forse è anche un “vizio” regionale, pensando al Fenoglio della Malora, al Pavese della Luna e i falò, al Nuto Revelli del Mondo dei vinti. Credo di appartenere a quella schiera di “pendolari sociali”, sospesi tra culture urbane e cultura della campagna, i quali, coscienti da tempo del proprio sradicamento, ma non rassegnati, si guardano di tanto in tanto alle spalle per raccogliere qualche frammento delle proprie origini, della propria storia, di quel “tempo dei sogni” che ci ha lasciato un’impronta nell’anima.

La mia famiglia è originaria di Govone, nei pressi di Alba, luogo dove ho trascorso deliziosi e formativi periodi dell’infanzia e della prima giovinezza. La profonda e intima conoscenza di quei luoghi e le esperienze giovanili, mi hanno condotto ad esplorare, dopo la concretezza del vissuto etnico locale, i territori più vasti dell’antropologia culturale.

Già nei primi anni ’70, quando quasi nessuno intorno a noi ragazzi sembrava conservare memoria, o taceva quasi con vergogna, delle proprie tradizioni, e ben prima che riesplodessero il folk-revival urbano e le kermesse di Arci-Langhe, ma anche, ad esempio che, a sole due colline di distanza, si sentisse parlare della nascita del Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri e delle prime incursioni di universitari condotti da Gian Luigi Bravo e Gian Renzo Morteo, con un gruppo di giovani amici si era riproposto in modo abbastanza fortuito un canté i’oeuv per le borgate di Govone (rigorosamente finalizzato a finanziare la merenda di pasquetta), recuperando il testo della lezione govonese grazie alla buona memoria di mio padre e con l’istruzione musicale del direttore della polifonica locale Teresio Cantamessa. L’evento riscosse inaspettatamente un tale apprezzamento da parte della gente, dimostrato dal vivo piacere con cui si veniva accolti e dalle proteste da parte di chi si era trascurato di visitare, che ne fummo molto sorpresi, ma non comprendemmo lì per lì di avere lasciato un seme. Infatti, se negli anni successivi qualche gruppo ha nuovamente imbracciato una chitarra e soffiato in un clarino “cantando le uova” per le borgate di Govone, un po’ è stato anche merito nostro. Ciò testimonia come la mia sensibilità sull’argomento provenga da lontano e come certi eventi, magari rimossi per qualche periodo della vita, tendano a riaffiorare come fenomeni carsici nelle comunità come nelle persone.

Un altro episodio ha avuto un seguito, restandomi impresso e portandomi dopo alcuni decenni a scriverne diffusamente nel primo dei saggi che qui si presentano. La genesi della Maschera dell’orso si può far risalire a quello stesso periodo di molti anni fa, quando, ancora ragazzo, ho avuto per la prima volta occasione di osservare a Govone una delle ultime uscite di una insolita maschera carnevalesca: un uomo ricoperto d’una pelle d’orso condotto da un “domatore” in livrea. Più tardi, quando si sono venuti precisando i miei interessi etnologici, ho potuto approfondire la conoscenza dell’usanza attraverso letture e osservazioni “sul campo” e dare conto delle riflessioni stimolate da tali studi,  tracciando un percorso ideale che indaga in senso diacronico le origini storico-ambientali (e forse preistoriche) della maschera, e in senso sincronico le sue interpretazioni antropologiche. Oggi molti studi si sono aggiunti su questo tema.

Occuparsi sistematicamente di ricerca sul campo non è facile, richiede disponibilità di tempo, contatti a vari livelli, possibilità di viaggiare per operare confronti, e anche mezzi economici. Vi sono feste, come a Bagolino (BS), che raggiungono il culmine solo in alcuni giorni lavorativi della settimana, il lunedì e il martedì, sebbene la tendenza generale porti a spostare il calendario degli eventi in coincidenza con le domeniche e altre festività nazionali; talvolta, come la Baìo di Sampeyre, occorre attendere cinque anni tra una rappresentazione e l’altra; oppure inerpicarsi per valli alpine in pieno inverno tra tormente di neve per vedere apparire un gruppo di “landzette” valdostane con il loro orso al seguito (ricordo la macchina fotografica inceppata per il gelo terribile). Eppure ogni volta riempie di stupore ed entusiasmo assistere allo stravolgimento della realtà quotidiana operato da tutti gli eventi rituali della cultura popolare e cogliere in tutto ciò un antichissimo substrato comune di cui, come ha scritto Franco Castelli in una delle mie rare corrispondenze, “noi oggi riusciamo a individuare solo i frammenti, come relitti di un grande naufragio”.

Ripartire da qui, da questi relitti, sarebbe ancora possibile? La caduta verticale del mondo popolare, e della civiltà contadina in particolare, ha accompagnato una enorme dispersione dei valori fondanti della comunità umana e dell’individuo stesso: la solidarietà, l’ancoraggio forte alla memoria come parte del patrimonio culturale, la volontà di ricercare il bene comune, il recupero periodico di momenti di sana follia e divertita trasgressione delle regole come sfogo sociale alle difficoltà del vivere.

Le prospettive sugli anni che abbiamo davanti non offrono indicazioni rassicuranti per la salvaguardia del passato come lo abbiamo conosciuto, ed è difficile fare previsioni. Globalizzazione economica e culturale, reti di informazione, invasività dei mass-media dalle cucine alle aule parlamentari, devastazione del territorio e dei beni culturali, pressione  delle popolazioni dei paesi emergenti che non accettano più la loro condizione di subalternità, stanno portando l’umanità, e l’Occidente in special modo, ad affrontare nuove e difficili sfide. Osservare la realtà con lucidità, senza filtri e senza pregiudizi, resta ancora un impegno intellettuale stimolante che va colto senza timore o impossibili nostalgie, ma senza dimenticare.

Audio presentazione del volume al Museo delle Arti e Mestieri di un tempo a Cisterna d’Asti (cliccare sull’immagine)

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Settembre a Linosa


Foto: Profilo di Linosa all’alba

 

“Isole nella corrente”, viene da pensare di questo minuscolo arcipelago delle Pelagie, dimenticato per anni in mezzo all’irrequieto mare del Canale di Sicilia prima delle dolorose cronache di questi ultimi decenni. Lampedusa è un pezzo di Tunisia strappato alla costa della Grande Madre Africa, una terra secca e calcinata dal sole, dal profilo sottile. Vista all’orizzonte pare una lingua bianca posata sul mare cobalto.

Linosa no. Ancora, se possibile, più solitaria e ignota, Linosa è un vulcano. Un vulcano antico ormai spento, certo, sorto in remoti sommovimenti della crosta terrestre nel titanico scontro tra la zolla africana e la piattaforma continentale europea. Linosa è nera di lava, fertile e verde come Pantelleria. Le colate laviche si sono raffreddate da migliaia d’anni nel mare, ma ancora le si vede come appena eruttate che digradano in gigantesche squame e creste da rettile preistorico. Per certi tratti di costa, battuti dai venti e dalle onde, pare di essere alle Galapagos e ti aspetteresti di vedere fare capolino qualche iguana marina.

Linosa è un’isola difficile. Vi si arriva da Lampedusa con l’aliscafo in un’ora, ma solo d’estate, “se il mare è buono” e soffrendo comunque un po’ di nausea. Il Canale di Sicilia non smentisce la sua fama. Può succedere di restare per giorni ad aspettare prima di partire dall’isola maggiore. Oppure ci si adatta a viaggiare una notte prendendo il postale che giornalmente parte da Porto Empedocle tutto l’anno, ma solo “se il mare è buono”. L’arrivo o meno della nave, per i linosani è uno dei principali argomenti di conversazione, come il clima per gli scozzesi. Ci sono periodi in cui la nave sta in darsena per settimane intere.

Prima che Linosa diventasse la location del film Terraferma di Emanuele Crialese, noi siamo sbarcati il settembre precedente dall’aliscafo di Lampedusa, non senza aver dovuto subire un pernottamento imprevisto, perché “il mare non era buono”. Ad attenderci c’era Francesco Paolo, per tutti a Linosa detto Ciccio Paolo, con un amico. Ciccio Paolo ha più di settant’anni, meravigliosamente sopportati, e non ha la patente. Fa il contadino e ha solo una vespa. D’altra parte a Linosa a che gli serve la patente? Però quando arrivano i rari visitatori che lui ospita si fa accompagnare dall’amico che ha l’auto, per aiutarlo a trasportare i bagagli fino alla casa di campagna. Solo che l’auto è un’utilitaria microscopica e si viaggia stretti come acciughe in barile e con le valigie in bocca. Ma la strada da percorrere non è molta. La prima tappa è in paese, a casa di Ciccio Paolo che ci deve far conoscere sua moglie Gina.

Linosa paese è fatto di una via dritta che conduce al porticciolo, contornata da pochi vicoli laterali. In fondo alla via si è “in centro” e si imboccano le due strade che portano nell’interno dell’isola. Colpisce subito del villaggio la caratteristica delle case, quasi nessuna ha più di un piano e le facciate sono colorate di giallo ocra, rosa, arancio, blu e bianco. Una tavolozza. Dalla casetta gialla di Ciccio Paolo esce una piccola donna vestita di nero che ci abbraccia e ci bacia come figli appena ritrovati. Prendiamo un caffè parlando di tutto come amici di vecchia data. Gina ci racconta dei suoi malanni che contrastano con la sua arguzia vivace e il suo straordinario buonumore. La vorremmo subito adottare come zia. Poi ci si trasferisce nella casa in campagna che dista circa un chilometro fuori paese in una natura ordinata fatta di alberelli bassi, capperi e fichi d’india.

Ciccio Paolo ci spiega l’importanza storica del fico d’india per l’economia locale. File di fichi d’india delimitano i confini delle proprietà, e hanno anche avuto in passato la funzione di recinti vegetali quando a Linosa si allevavano le bestie, mucche principalmente (un altro modo, lo scopriremo, era di tenere le bestie dentro i crateri spenti dei vulcani!). Le succulente pale dei fichi d’india erano poi un ottimo nutrimento per il bestiame,  scarseggiando l’acqua e mancando un altro tipo di foraggio, e le mucche ne sono ghiotte a quanto pare. Inoltre, ancora oggi, sono una valida barriera per gli orticelli contro i venti che soffiano 300 giorni all’anno sull’isola e spazzano via, gelano e bruciano ogni coltivazione. Ora di bestiame non se ne alleva più, non essendo più possibile la macellazione per il consumo locale. Nemmeno arriva più il sensale da Palermo che acquistava ad equo prezzo le pregiate carni e ne faceva commercio redditizio nel capoluogo siciliano. Tentativi di introdurre altre produzioni non sono mancati: da alcune varietà di frumento, alla vite come a Pantelleria, ma il clima e le difficoltà dei trasporti hanno posto ostacoli insormontabili a colture intensive.

La principale coltivazione dell’isola è la lenticchia. Quella linosana è considerata di qualità eccezionale: piccola e ricca di ferro succhiato dalle lave di cui si compone il suolo nero-rossastro degli orti. La zuppa di lenticchie che un giorno ci ha cucinato Gina resterà imperitura nella nostra memoria. Buonissimi anche i capperi (oserei dire i migliori mai assaggiati), che sono una vera esplosione di sapore e si accompagnano perfettamente ad ogni cosa, dall’insalata di pomodorini e cipolle, al coniglio o al pesce.

Ciccio Paolo, come quasi tutti a Linosa, discende direttamente da quelle povere famiglie di contadini e artigiani siciliani che a metà dell’800 furono insediate a colonizzare l’isola per volere dei Borboni che temevano l’eccessiva invadenza degli inglesi in quel tratto di mare. Malta dista appena 80 miglia marine. Non meritano menzione i precedenti stanziamenti storici per la loro scarsa o nulla rilevanza. L’isola è stata poco frequentata ed è rimasta pressoché sempre deserta, in mezzo al Mediterraneo, fin dai suoi remoti tumultuosi natali geologici conclusisi con l’ultimo fuoco d’artificio 2500 anni fa. Pare infatti che la prima battaglia da vincere per i nuovi abitanti non sia stata contro la fame o la sete, ma contro i topi che sono stati per secoli gli unici veri padroni del territorio. Ora di topi non se ne vedono più, e gli unici eccessi demografici sono rappresentati dai conigli selvatici che vengono tenuti sotto controllo dalle numerose doppiette linosane. Ma una fauna singolare arricchisce Linosa di altre peculiarità.

Al calar della notte, soggiornare in mezzo alla natura senza illuminazione pubblica assume uno straordinario fascino. Il firmamento nelle notti senza luna si accende di miliardi di stelle, solcato dalla magnificenza della Via Lattea, e si resterebbe per ore incantati e sopraffatti dalla meraviglia dell’Universo, mentre nell’aria si sentono frulli d’ali e si levano strani gemiti dalla campagna. Voci di anime perdute o pianti di neonati abbandonati? Saranno state così le voci stranianti delle sirene di Ulisse? Nulla di tutto ciò: si tratta di uccelli. Sono le berte di mare, volatili vagamente simili ai gabbiani, che nidificano tra i cespugli e le rocce di Linosa. Di giorno gli adulti vanno al largo a pesca, poi verso il tramonto si radunano davanti alla costa per un po’ di socializzazione, infine la notte si ritirano nell’interno e lanciano i loro richiami.

Si diceva di Galapagos all’inizio non del tutto a caso. Un bel rettile direttamente in arrivo dalla preistoria frequenta Linosa per nidificare nella sabbia nera della spiaggia della Pozzolana. E’ la tartaruga Caretta caretta che qui viene protetta ed osservata da un piccolo centro di biologia marina non dissimile da quello presente a Lampedusa. Una visita al suo ambulatorio veterinario è molto istruttiva. Quando ci siamo stati noi almeno 4-5 esemplari erano ricoverati in infermeria, la quale consiste di alcune vasche in cui nuotano apaticamente i poveri animali sottoposti da giovani ricercatori, per lo più volontari, alle cure necessarie per gli infortuni causati loro dall’uomo: ferite da elica o da amo, problemi di orientamento, indigestione di sacchetti di plastica scambiati per meduse. Il mare di Linosa è molto frequentato dalla specie, e anche a noi è capitato di scoprire sul bagnasciuga una carcassa di tartaruga trascinata ormai priva di vita dalla mareggiata. Ritrovamento che è bene segnalare per il recupero, dal momento che tutti gli esemplari curati sono censiti e monitorati una volta liberati.

Se non ci si limita ai bagni di mare e di sole, ci si può dedicare alle escursioni: si può affittare una bicicletta o un motorino, tuttavia noi consigliamo di girare per l’isola a piedi. Ci sono circa 5 chilometri di strade asfaltate che offrono scorci incantevoli ad ogni passo, e si può camminare per ore senza i disturbi di un traffico eccessivo. Poi alcuni facili sentieri portano in cima ai tre coni vulcanici dove ammirare le bocche dei crateri spenti, immaginando come potevano presentarsi quando il vulcano era in piena attività, e da cui contemplare a 360° lo splendido panorama dell’isola e del mare circostante. Le ore migliori sono ovviamente l’alba per il cono est e il tramonto per il cono ovest. Su due cime vi sono le vedette della ex Dogana, oggi utilizzate dalle guardie forestali per avvistare gli eventuali incendi. Le pendici delle montagne sono state negli anni rimboschite con il pino di Aleppo, specie non autoctona e portatrice anche di una malattia che ha attaccato i fichi d’india, al punto che per mangiare un buon frutto è meglio attendere il banco del verduriere che arriva ogni mercoledì con la nave, “se il mare è buono” ovviamente. Tuttavia i pini di Aleppo rendono verdeggiante l’aspetto dell’isola e non richiedono troppe cure. Molti isolani prestano servizio a periodi alterni per il corpo forestale, tenendo i sentieri puliti e coltivando come un giardino l’ambiente naturale. E’ un modo per dare un po’ di lavoro e una motivazione per restare su un’isola così difficile e dall’economia asfittica. Ciccio Paolo è riuscito a non emigrare lavorando alcuni anni come dipendente del dissalatore che rifornisce l’acquedotto, ma tanti non hanno potuto fare altro che fuggire. La campagna offre solamente quanto è appena sufficiente per il fabbisogno familiare, così come la pesca, che è praticata più che altro per hobby, senza quel minimo di organizzazione industriale presente ad esempio a Lampedusa. I linosani sono arrivati come coloni contadini, gente di terra, e tali sono rimasti.

Ma essi amano la loro isola, così come essa ha subito incantato anche noi, dandoci la sensazione di essere in un qualche posto non dissimile dall’archetipo del Paradiso Perduto o dell’Età dell’Oro di cui tutti sentiamo l’indefinibile nostalgia. La visita del piccolo cimitero in riva al mare ci dà lo specchio della piccola comunità, con i pochi cognomi che si ripetono, le semplici tombe bianche, il silenzio rotto solo dal suono delle onde e del vento. Anche qualche forestiero ha ottenuto di venirvi a riposare alla fine dei suoi giorni. A Linosa i tramonti sono spesso spettacolari e struggenti, ma senza malinconia. Poi, per nostra fortuna, Ciccio Paolo e Gina venivano a trovarci in campagna per cenare insieme sfornando fantastiche pizze che abbiamo ricambiato con un piemontese piatto di peperoni in bagna caoda, molto apprezzato!

Lasciare l’isola all’alba, dopo aver atteso trepidanti la nave, incerti per il tempo a fine settembre, quando l’aliscafo non viaggia più perché il mare non è quasi mai buono, è uno strazio. Abbracciamo senza troppe parole Ciccio Paolo e Gina con la promessa di mantenere i contatti. Si va a Lampedusa a prendere l’aereo per Catania. Linosa si allontana a poppa e ne guardiamo il profilo fino a vederla scomparire tra la bruma.


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