Intervista del 2015 al settimanale Idea


Con il romanzo Un’altra estate (EEE, 2013) Paolo Ferruccio Cuniberti ci proietta nella Torino della Fiat e del miracolo economico, dove si intrecciano le vicende di un ragazzo proveniente dalle Langhe e di una giovane di origini siciliane: fra integrazione, salti generazionali, e ricordi, la storia dei due personaggi diventa lo specchio di una società in continua e vertiginosa evoluzione, pur nella tensione emotiva ed esistenziale verso le proprie radici. Abbiamo incontrato l’autore per conoscere, attraverso le sue parole, qualcosa in più riguardo alla sua opera.

Partiamo dal suo ultimo romanzo, Un’altra estate (2013). È ambientato negli anni 60 e racconta, attraverso le vicende dei due protagonisti, la storia del nostro paese durante quel decennio. Quanto c’è di autobiografico e quanto di letterario?

Io sono nato sotto la Mole alla fine degli anni 50 da genitori provenienti dal Roero. Benché io non abbia mai fatto il contadino le mie radici sono ben presenti nella mia formazione, ho pescato molto dall’esperienza personale e familiare e dai racconti degli amici. Allo stesso modo ho lavorato per la parte siciliana del romanzo, avendo una moglie figlia di immigrati al Nord. Detto questo, tutta la vicenda è inventata, ed è quindi “letteraria”. Quel che mi interessava non era ricostruire stucchevoli nostalgie personali, ma raccontare, in forma narrativa, quel fenomeno storico avvenuto negli anni 60 che è stato definito “fine della civiltà contadina”. Un mondo che è finito contestualmente al nord come al sud.

Il romanzo si inserisce in una sorta di trilogia, iniziata con Body and soul (2011), ambientato negli anni 70, e Indagine su Anna (2012), ambientato negli anni 80. Era nel piano iniziale coprire questo arco trentennale?

Inizialmente non ho pianificato una trilogia. Mi sono reso conto che dovevo completare questo arco narrativo dopo aver scritto Indagine su Anna. Se in Body and soul si racconta del clima sociale di ideali e incertezze, anche sperimentale, di quegli anni, in Indagine su Anna si analizza il disfacimento dei vecchi valori, come il matrimonio e la famiglia, con il dubbio che non si sia trovato niente di meglio; sembra un giallo con risvolti erotici, ma in realtà parla di altro. Il giallo è quello che siamo diventati. Scavando nel tempo recente non potevo non arrivare alla radice del problema che è quel radicale cambiamento avvenuto nel dopoguerra.

Uno dei fili conduttori della sua narrativa sembra essere la città di Torino, attraversata da eventi, generazioni, mode. Che ruolo riveste per lei questa città?

Come dicevo, è la città in cui sono nato e cresciuto, quindi la conosco bene. Molto spesso si parla di Torino come di città-laboratorio che ha segnato dei modelli per il resto d’Italia. Credo che al di là del luogo comune ci sia molto di vero, e che perciò narrare la mutazione antropologica degli italiani attraverso la mia città sia interessante. Oggi, ad esempio, abbiamo appena finito di metabolizzare l’integrazione dei meridionali (direi con successo), che già si presenta la questione dell’immigrazione dai paesi poveri e disastrati. Il laboratorio continua, ma non ho dubbi che ce la faremo perché l’intelligenza prevale sempre a lungo termine.

In Un’altra estate fanno capolino anche le Langhe. Qual è il suo rapporto con questo territorio e con gli scrittori che prima di lei l’hanno raccontato (Pavese, Fenoglio, Revelli…)?

Le mie colline spuntano un po’ in tutti i miei romanzi, non riesco a eluderle! Confrontarsi con i grandi nomi che hanno dato gloria letteraria alle Langhe non è facile, ci si inchina con umiltà. Io sono un sostenitore di un rilancio dei Parchi Letterari a loro dedicati perché il riconoscimento UNESCO è arrivato anche grazie ai luoghi letterari descritti da quegli autori. Mi fa piacere che lei citi Nuto Revelli, perché negli ultimi anni si è forse un po’ appannata l’attenzione al suo lavoro, che non è stato narrativo in senso stretto, ma ha fatto narrazione delle vite reali. I suoi Il mondo dei vinti e L’anello forte sono dei monumenti da rileggere come i romanzi di Primo Levi. Naturalmente oggi si deve anche guardare oltre e non crogiolarsi sugli allori del passato. E non tutto tra Langhe e Roero è perfetto, la gente va sensibilizzata.

Fra i suoi interessi extra-letterari spicca quello per la cultura popolare, culminante nella raccolta di saggi Orsi, spose e carnevali (2013). Che importanza hanno per lei lo studio e la conservazione delle tradizioni? Che peso hanno questi elementi nella stesura dei suoi romanzi?

La mia attività di scrittore è iniziata con la saggistica, con articoli sulle tradizioni popolari, solo in un secondo tempo sono arrivato alla fiction. Studiare la cultura popolare per me è stata una indispensabile riflessione personale sulla storia e sulle espressioni umane. In parte queste riflessioni le sto traducendo nei romanzi. Ritengo necessario sapere e non dimenticare chi siamo stati e da dove veniamo. Per altri versi sono consapevole che la società e le culture umane sono in movimento costante e che il mondo continua a correre nel tempo. La conservazione fine a se stessa non mi affascina molto, ma mi irrita la perdita di memoria. Mai come in questi anni, infatti, si è parlato tanto di “memoria”.

Ha altri progetti in cantiere? Può anticiparci qualcosa?

Per oltre un anno mi sono dedicato principalmente alla promozione di Un’altra estate, portandolo anche in Sicilia. Ci tornerò prossimamente per il festival di letteratura di Sciacca (LetterandoinFest dal 26 al 28 giugno ndr), dove potrò riabbracciare dei veri amici. Naturalmente sto già pensando ad altro, e da alcuni mesi sto lavorando a un nuovo romanzo che avrà ambientazione e periodo temporale molto lontani dai libri precedenti: il Cile inesplorato della seconda metà dell’Ottocento. Delle mie radici manterrò solo l’origine del protagonista, che avrà anche il nome di un mio bisnonno veterinario, in una storia ispirata al nascente darwinismo e alla scoperta di una nuova antropologia del mondo. Un romanzo di fiction storica in cui resterà imprescindibile il forte collegamento ideale con i miei  interessi di sempre.

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Intervista del 2014 dal blog di Edizioni Esordienti E-book


Ben arrivato Paolo, siamo davvero molto curiosi di conoscerti meglio e non solo attraverso le tue opere, ma anche come persona e come scrittore. L’esserti recentemente classificato fra i 19 finalisti per Sanremo Writers 2014, grazie al libro “Un’altra estate”, non è altro che l’ennesimo riconoscimento alla tua bravura, come ti fa sentire? Quali sensazioni suscita in te?

R: Il romanzo Un’altra estate dopo Sanremo Writers (che ha visto circa 400 partecipanti) è stato anche tra i sei segnalati del premio Saturnio – Città di Moncalieri e sarà in concorso prossimamente per altri eventi simili. Sono ovviamente piccole gratificazioni che fanno piacere, anche se in fondo non sono così importanti per imporsi all’attenzione di una platea ampia di lettori. Si dice che l’unico premio che veramente “muove il mercato” è il premio Strega, ma, come ben sappiamo, ci vuol ben altro per arrivarci (e non parlo solo di qualità letteraria…).

Come è iniziata la tua carriera di scrittore?

R: A parte i tentativi che ho fatto da ragazzo, come tanti, è la maturità che mi ha fatto riscoprire il talento latente per la narrativa. Per molti anni non ho scritto in termini creativi, anche se ho studiato le strutture formali del romanzo con i classici della critica letteraria: Propp, Bachtin, Lukács, Genette, Eco… poi mi sono occupato di studi sulla cultura popolare con un taglio decisamente scientifico/antropologico, scrivendo alcuni articoli per riviste culturali. Ora li ho riuniti nel volume Orsi, spose e carnevali che ho pubblicato per l’editore Araba Fenice, ma sono destinati a un pubblico decisamente di nicchia. Invece, con la narrativa mi sono sentito libero di utilizzare tutti gli strumenti acquisiti, di metterli anche da parte, e lasciarmi portare dal divertimento di scrivere. Per certi versi i miei romanzi li considero un’evoluzione dei lavori precedenti: uno scrittore è sempre un po’ antropologo, perché descrive e analizza i comportamenti umani e sociali.

Le tue pubblicazioni seguono un filo logico, formando quasi una trilogia che riporta alla memoria un passato a cui apparteniamo tutti, sia personalmente che come frutto di scelte generazionali, vuoi parlarcene?

R: L’idea della trilogia è arrivata dopo il secondo romanzo ambientato negli anni 80, Indagine su Anna. Il romanzo d’esordio è stato Body and soul, dedicato agli anni 70. Un libro breve, scritto in poche settimane, quasi di getto, che racconta come vivevano i giovani in quegli anni a Torino, e con l’intento dichiarato di dimostrare che, in fondo, in Italia non si è riusciti a cambiare molto in positivo, e che tutti i nostri problemi attuali sono gli stessi, o quasi, di allora. In quel decennio c’erano forse più ideali, più sogni, ma la cruda realtà era destinata a spezzarli presto; è anche un libro che racconta la passione per il jazz e come questa possa condurre al furto… Anche questo romanzo è andato in finale al premio InediTo 2012. Con il romanzo sugli anni 80, invece, ho voluto narrare una storia un po’ più noir, un’indagine sui costumi di una signora “bene”, mostrando attraverso questa vicenda (narrata anche in forma epistolare) quale fosse la superficialità del vivere e la crisi di valori in quegli anni (quelli della “Milano da bere” per intenderci, anche se la storia è sempre ambientata a Torino), e come la trasformazione sociale si fosse ormai compiuta in senso deteriore, così come ancora oggi la vediamo. Era inevitabile tirare le fila di questo discorso, riavvolgendo il nastro e tornando ai cruciali anni 60 con l’ultimo romanzo.

Il tuo ultimo libro, “Un’altra estate”, richiama eventi e atmosfere tipiche degli anni ’60, su cosa ti sei basato per scrivere questo romanzo?

R: Ho individuato nel decennio degli anni 60 la radice delle più profonde trasformazioni sociali che ha vissuto il nostro paese. E’ stato il decennio della definitiva scomparsa della civiltà contadina italiana, una civiltà millenaria. Si pensi che ancora negli anni 50 oltre la metà della popolazione attiva era addetta all’agricoltura, mentre oggi è ridotta a malapena al 5 per cento. Cavour nell’800 scriveva che l’agricoltura “era la più gradevole e conveniente” forma di lavoro possibile. Negli anni 60 del secolo dopo, invece, quasi nessuno voleva più fare il contadino. Si sono spopolate le montagne, le colline, il Sud. Si preferiva la catena di montaggio in Fiat piuttosto che imbracciare ancora una zappa. D’altra parte la meccanizzazione moderna dell’agricoltura richiedeva ingenti investimenti che nessun mezzadro o piccolo proprietario italiano era in grado di sostenere. Ma è un discorso che ci porterebbe lontano, anche se lo trovo appassionante. L’emigrazione verso le città industriali non è stata dunque soltanto da Sud a Nord come spesso si sostiene, ma soprattutto dalla campagna arcaica alla città industriale. La fine di quella civiltà ha comportato profondi cambiamenti negli individui, nelle relazioni sociali, nella cultura del paese. Questa è l’osservazione che sta alla base del romanzo, peraltro la “mutazione antropologica” era già stata vista da Pasolini nei primi anni 70. I miei protagonisti, un ragazzo del Nord e una ragazza del Sud, vivono spaesati tutte le contraddizioni del periodo, tra vecchie tradizioni e desiderio di modernità, rappresentato dal segreto acquisto di un 45 giri dei Rolling Stones.

Si è detto che in parte il libro può essere anche interpretato come una biografia, quanto ti rappresenta questo romanzo?

Nell’ultimo romanzo, come in parte anche nei precedenti, racconto di fatti, ambienti e persone (anzi, meglio dire personaggi) di cui ho fatto esperienza nel corso della vita. C’è la mia campagna piemontese di quand’ero bambino, dove trascorrevo l’estate, e le terre siciliane che ho conosciuto anni dopo, anche attraverso i racconti di mia moglie e dei suoi genitori, con fatti e misfatti. Ma il processo creativo della scrittura li porta evidentemente ad assumere ruoli per così dire “iconici”, nel senso che devono rappresentare in maniera inequivocabile il contenuto, il messaggio, che voglio trasmettere. Perciò ogni vicenda, ogni protagonista non esiste nella realtà così com’è ma è frutto di un’elaborazione, di una costruzione, di una strategia comunicativa. Insomma, nella narrativa non si fa né storia, né cronaca, occorre sapientemente condurre il lettore per mano, farlo identificare con i personaggi e le loro vicende fino alla parola Fine.

Si può dire che quasi tutti i tuoi libri portano un’impronta piuttosto evidente di quelle che sono le tue esperienze personali?

R: Come dicevo, i miei romanzi sono solo in parte autobiografici. Utilizzo dei materiali personali o li prendo a prestito da qualcun altro, ma me ne servo per inventare i personaggi e le loro storie, per farli muovere nel loro contesto in maniera credibile. Io non ho mai fatto il contadino, né sono mai stato in galera per furto… come avviene a qualche mio protagonista. Ovvia mente, se mi vengono in mente episodi divertenti o significativi che mi sono realmente capitati li posso anche utilizzare. Nell’ultimo romanzo, che è ambientato parzialmente in Sicilia, ho anche elaborato una reale vicenda di mafia accaduta alla famiglia di mia moglie e che da tempo tenevo particolarmente a raccontare. Tuttavia non ne conoscevo tutti i dettagli e ho colmato con l’invenzione, anche a fini meramente narrativi. Credo di aver trovato la chiave giusta per raccontarla e che la storia sia riuscita bene.

Il tuo genere narrativo è piuttosto raffinato e trae anche le radici dalla tua propensione a ricercare il lato etnologico e folcloristico di quanto ti circonda, potresti dire di sentirti vicino a grandi autori come Cassola o Moravia?

R: Quelli che citi non sono gli autori che ho amato di più, anche se naturalmente li ho letti. Forse i miei riferimenti stanno di più in un certo mondo einaudiano, e vanno da Pavese a Fenoglio a Calvino, per esemplificare con alcuni degli italiani. Di Pavese ho amato la tormentata profondità (era anche studioso di antropologia e l’ha introdotta nella casa editrice), di Fenoglio condivido le radici e capisco a fondo i suoi personaggi, di Calvino invece ho ammirato la levità dello scrivere (l’eleganza anche) e soprattutto l’ironia. Senza l’ironia i miei romanzi sarebbero come quelli di un  certo neorealismo piagnone. Mi piace anche la brevità. Non riesco a scrivere trecento pagine per esprimere un concetto. Spesso i grandi scrittori moderni si sono espressi al meglio nel racconto lungo o romanzo breve. Una mia recente (ahimè tardiva) scoperta tra gli stranieri è John Fante che negli anni 30 scriveva già come si dovrebbe scrivere oggi. Descrizioni e dialoghi fulminanti, tragicomici. Ma se dovessi elencare tutti quelli che ho apprezzato ci vorrebbe troppo tempo. Ogni autore ti lascia qualcosa di importante, è il bello della letteratura.

Recentemente hai partecipato al Salone del Libro di Torino, le opinioni sono piuttosto contrastanti, c’è chi lo ritiene l’ennesimo flop e chi invece ne parla in termini entusiastici, quali sono state le tue impressioni?

R: Sinceramente, i difetti del Salone di Torino trovo siano più meno sempre gli stessi. Gran kermesse, rumorosa, piena di tutto e di più. Credo che l’obiettivo principale dell’organizzazione sia quello di sopravvivere. Come al solito attirano il pubblico solo gli autori famosi, quelli più televisivi, mentre per la piccola editoria e gli autori emergenti non c’è quasi nessuna possibilità di avere sufficiente visibilità. Tuttavia spiace non esserci. Personalmente ci sono stato per due giorni perché invitato a parlare in un paio di eventi. Forse senza queste occasioni non ci sarei neppure andato. Non è nemmeno conveniente per acquistare libri!

Spesso la figura dello scrittore è legata a degli stereotipi che lo presentano come un alcolizzato rubacuori o come un avventuriero senza scrupoli, tu come vivi, invece, questo fattore?

R: Aspetta che bevo un sorso di whisky e faccio scendere la pupa bionda dalle mie ginocchia… dicevi prego? Scherzi a parte, la figura che descrivi appartiene un po’ ad un certo tipo di eroe romantico del mondo culturale americano dove non sono mancati effettivamente individui del genere, penso a Scott Fitzgerald, Hemingway, Kerouac,  Bukowski, lo stesso Fante che citavo prima, mentre gli italiani (e gli europei in generale) sono sempre stati un po’ dei “professorini”. L’ultimo di questi che mi viene in mente per esempio è Baricco. Però si tratta di generalizzazioni e ognuno fa caso a sé. Non sopporto comunque i saccenti, chi se la tira troppo, i palloni gonfiati.

Quale dei tuoi romanzi ti ha dato più filo da torcere, facendoti sudare le proverbiali 7 camicie?

R: Sicuramente Indagine su Anna. L’ho tagliato, riscritto parti, rimontato più volte e non ero mai soddisfatto, tant’è vero che non l’ho mai mandato a nessun concorso letterario perché temo il giudizio. Eppure è un libro che a molti è piaciuto (ad altri meno). Sarà che tratta argomenti anche “scabrosi”, il nudismo, il sesso di gruppo, il voyeurismo, sebbene non siano l’oggetto e l’obiettivo principale delle mie intenzioni, è sempre difficile affrontarli a mente sgombra e con il tono giusto. Temi che il lettore si concentri solo su questo, perdendo di vista gli altri significati. La narrazione poi è a più voci perché è anche in parte un romanzo epistolare: ci sono le lettere del marito e le risposte dell’investigatore, ovviamente in prima persona; poi in terza persona si delineano i caratteri della segretaria, dello stesso investigatore e dell’investigata col suo mondo. Insomma, non è stato un libro semplice.

Quando Paolo non scrive, come impiega il proprio tempo?

R: A parte la quotidianità, ultimamente mi sono buttato nella conduzione di una trasmissione radiofonica settimanale di jazz. Pareva una passeggiata e invece mi sta occupando, anche mentalmente, più del previsto. Ho seguito il Torino Jazz Festival, con interviste e dirette di concerti live. Tra poco seguirò il festival Alba Jazz con collegamenti con gli organizzatori. Poi occorre fare ricerche, documentarsi… Un bell’impegno.

Infine, quali progetti hai nel cassetto?

R: Dal punto di vista della scrittura mi sono preso una pausa. Il mio ultimo romanzo è uscito nell’autunno 2013, i due precedenti nel 2012 e 2011. Un libro all’anno direi che è una produzione abbastanza intensa. Ora mi sto dedicando alla promozione e mi accollo l’organizzazione di parecchi eventi, anche perché il mio piccolo editore EEE-Book non può fare di più, ma questo vale anche per Araba Fenice con l’altro libro di saggistica. Nell’arco dell’estate avrò ancora diverse date, la più interessante delle quali dovrebbe essere in Sicilia, dove sono stato invitato come autore ospite nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Parco Letterario Pino Battaglia (poeta di Aliminusa nelle Madonie). Poiché Un’altra estate racconta proprio di quei luoghi, è parso bello poterne parlare proprio sul posto. Forse farò anche una serata esattamente nel feudo che ho descritto nel libro, nella piazzetta tra le case in pietra. Con la dolce aria estiva delle sere siciliane.

 

Poeti contadini. Rocco Scotellaro e Giuseppe Giovanni Battaglia


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“Rocco è del tutto nel mondo contadino, parte di esso per nascita, per costume, per lingua, per solidarietà di natura, e insieme ne è necessariamente fuori per la sua qualità espressiva.“

Questa definizione di Carlo Levi della figura del poeta, scrittore, militante politico, Rocco Scotellaro, potrebbe perfettamente adattarsi  alla biografia di Giuseppe Giovanni “Pino” Battaglia.

Scotellaro, nato in Lucania a Tricarico nel 1923, è morto appena trentenne nel 1953. In quell’anno Pino Battaglia, nato in Sicilia ad Aliminusa nel 1951, compiva due anni. Anch’egli avrebbe avuto il destino di una vita breve, forse perché, si usa dire per consolazione, Dio chiama a sé quelli che ama di più, o forse perché le vite si consumano quanto più intensamente sono vissute, oppure è semplicemente il Fato avverso che gioca brutti tiri. La sua prematura fine arriverà all’età di quarantaquattro anni nel 1995. Quasi un trentennio separa le due esperienze, ma le similitudini sono evidenti pur nei diversi moduli stilistici.

È sempre di Carlo Levi la definizione di “poeta contadino” per Rocco Scotellaro, mentre Pino Battaglia definiva se stesso “pueta viddanu”, anch’egli poeta contadino quindi.  Entrambi hanno vissuto l’esperienza del sindacalismo, Scotellaro nel dopoguerra  ai tempi delle occupazioni delle terre da parte dei contadini, fino a diventare, a soli 23 anni, sindaco di Tricarico per il Partito Socialista; Battaglia, per ragioni anagrafiche, assistendo nei suoi anni alla disfatta di quella civiltà contadina in cui piantava le sue radici, militando nella CGIL da cui uscirà dissidente nel 1984.

Non sappiamo quanto a fondo Battaglia conoscesse l’opera di Scotellaro (ben poco pubblicato e diffuso oggi come allora),  ma le forti analogie delle due vite non potevano non influenzare anche in modo indipendente le loro tematiche esistenziali e letterarie. Culturalmente Scotellaro risentiva di altre ispirazioni, dagli esordi quasi scolastici, appena diciassettenne, con echi di una certa poesia bucolica pascoliana e carducciana, per orientarsi poi verso forme tardive dell’ermetismo, fino alle prove intuitive di una sperimentazione germinale. La morte, che lo ha colto nel pieno della sua elaborazione intellettuale lasciando anche prose incompiute (come il romanzo L’uva puttanella), non gli ha consentito altri sviluppi e lo ha relegato per decenni nell’area ristretta del neorealismo, corrente di breve respiro presto contestata dalle avanguardie degli anni 60 che si opponevano a ogni forma di naturalismo nelle arti. Per Battaglia il caso è più complesso poiché, partito dalla scelta per fini estetici ed espressivi del dialetto siciliano, nella sua variante di Aliminusa nelle Madonie, ha avuto il tempo di attuare una crescita interiore e cosciente della sua arte, distaccandosi progressivamente, sebbene mai definitivamente, dalle forti tematiche contadine e sociali dei suoi esordi  (militanza programmatica sin dai titoli delle prime raccolte degli anni 70: La terra vascia; La piccola valle di Ali; Campa padrone che l’erba cresce) per volgersi a una riflessione più intimista, interiore, filosofica, sui temi fondanti della natura, del divino, dell’amore, della vita e della morte. Singolare è tuttavia la costante valenza materica del verso di Battaglia, dove il verbo (la “vuci”) si fa luogo, sostanza, animale, elemento tangibile e simbolico. La recente pubblicazione di tutta l’opera delle poesie in lingua italiana, oltre a fornire un’idea della grandezza di Battaglia come poeta nazionale (e sottolineo nazionale, non regionale, dialettale) consente una ricognizione sul lessico che mette a nudo le sue radici terragne o sotterranee: almeno un centinaio di volte compaiono le parole “pietra” – con le sue varianti “pietraia”, “roccia” -, e “terra”, e quasi altrettante le parole “serpe”, “vipera”, animali che sulla terra strisciano e si nascondono, simboli antropologici del mondo ctonio. Popolano i versi di Battaglia gli animali, gli uccelli, le formiche, le chiocciole. Due versi fulminanti enunciano: “La mano che rimuove la pietra/àltera un piccolo universo”. E immaginiamo il brulichio di vita che sta sotto un sasso in campagna quando lo solleviamo, e il disturbo generato dall’intervento dell’uomo in quel mondo in sé conchiuso, metafora dell’improvvidità umana. Nello spirito Battaglia non ha mai abbandonato le origini, come dichiara nel 1988:

“Ho smesso di scrivere in lingua siciliana nel 1978; è stata una bella esperienza, sono cresciuto confrontandomi giorno per giorno con il mio lavoro poetico, in una vera e propria simbiosi; sono intervenuto sulla lingua, da diversi punti di vista, non ultimo nella sua musicalità. Peraltro, ho tentato di far vivere anche nel mio verso, la fine della cultura contadina, cosa tutt’altro che facile.”

Nel narrato poetico Battaglia si avvicina talora a Scotellaro attraverso lo stile oracolare di ascendenze  mitico-bibliche e con l’uso dell’iterazione dei nomi e dei versi su imitazione delle litanie religiose e del canto popolare. Ricorrenti e vicine figurazioni e tematiche agresti che sottendono la tragicità dell’essere umano.

Qui Scotellaro (Campagna):

Passeggiano i cieli sulla terra e
le nostre curve ombre una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

Qui Battaglia (Soprana):

Alto è il monte e un vento spira
che porta odori di buone erbe;
qui né santuari né passi d’uomo,
ma di suoni armonie e d’uccelli
certezza di canto. Nella grande
valle il tempo riunito; l’uno è
l’erba, la sentenza è pronunziata;
per dimorare è la pietra,
è per radicarsi l’albero.

Vicinanza troviamo anche nell’uso della denuncia o dell’invettiva.

Scotellaro (Noi che facciamo?):

Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pietre.
[…]Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.

Battaglia (L’ira del pastore):

Voi che avete distrutto i pascoli verdi
dove le epoche avevano sedimentato
il sogno, voi che avete reso minimo
l’oro delle costruzioni dei boschi,
voi che dell’infanzia del mondo
avete saputo imbastire un groviglio,
voi i destinatari del mio disprezzo.
Io, nella rocca del mondo, m’ascolto
esistere e mi rivolgo alle pietre,
alle canne, agli incantati pagliai,
e non scricchiolano le ossa dei miei cent’anni».

Potrebbero e dovrebbero terminare qui questi pochi esempi, perché l’opera di Pino Battaglia procede ben oltre le prove letterarie di Scotellaro, per maturità, consapevolezza, irrequietezza d’animo, tormento culturale, ricerca stilistica. Come si è detto è il dato biografico comune che genera queste associazioni, per un insieme di referenze ipertestuali che tuttavia non autorizzano a porre sullo stesso piano esperienze artisticamente distanti nel tempo e nella diversa temperie storica e sociale.

Nei riguardi di Pino Battaglia resta il rammarico per l’ombra, il pregiudizio intellettuale, sotto i quali è restato a lungo relegato un poeta considerato troppo spesso dialettale o provinciale e che andrebbe invece posto tra i maggiori del secondo Novecento, vanto della Sicilia e dell’Italia. La nascita del Parco Letterario a lui intitolato, per opera del Comune di Aliminusa e del fraterno amico il pittore-poeta Vincenzo Ognibene, nel 2014, e la ripubblicazione nel 2015 delle sue opere in lingua, si spera facciano finalmente giustizia.

Pino Battaglia Paperblog

Lettura: Lei è una grande di Franco Pulcini


Paperblog

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Complesso edipico irrisolto, perversione, aberrazione o immaturità sessuale?

In tempi come gli attuali in cui si discute di matrimonio omosessuale (e in molti paesi ormai lo si applica), di famiglie atipiche, di fecondazione eterologa, di adozione a coppie gay e via discorrendo, i termini sopra elencati, che descrivono alcuni comportamenti sessuali con una evidente accezione negativa, possono apparire desueti ormai a oltre la metà degli italiani, come si desume da recenti statistiche. È oggi pressoché universalmente accettato dalla scienza medica e dal senso comune che la sessualità appartiene esclusivamente alla sfera personale dell’individuo e che i suoi desideri non sono sindacabili, se il suo comportamento non nuoce ad alcuno.

Ma se un ragazzo minorenne va a letto con una quarantenne o una sessantenne che se ne pensa? Risparmiamoci gli epiteti che sarebbero rivolti alla matura profittatrice e ai dubbi sulla sanità mentale e morale del ragazzo. Per non parlare di cosa si direbbe se i ruoli fossero capovolti, ovvero ragazza minorenne innamorata di uomo maturo e corrisposta. Certamente, come minimo, la terminologia posta in apertura troverebbe ampia riesumazione. Ritornerebbero pregiudizi sopiti.

Ebbene, di tutto questo parla il romanzo Lei è una grande di Franco Pulcini (edito da EEE-book, 2014), che oltre a narrare delicatamente di un amore tra un diciassettenne e una quarantenne, racconta anche i suoi contrasti. Sensi di colpa dei protagonisti, perbenismo dell’ambiente familiare e sociale che li circonda, ostilità dichiarate o latenti, accuse di gerontofilia, difficoltà a vivere serenamente un amore svincolato e giocoso come tutti gli amori dovrebbero essere. E questo amore sarebbe una scommessa vinta se fosse lasciato libero di esprimersi nella sua pienezza, con i suoi peculiari meccanismi, anche quelli determinati dalla diversa età degli amanti:

“Federico non era un uomo del tutto insopportabile, e forse non era un uomo insopportabile perché non era ancora un uomo. E proprio perché non era ancora un uomo, lei lo sopportava. Anzi lo amava.”

Non racconteremo ovviamente che piega prenderanno le cose e come andrà a finire. Ma il focus del romanzo è proprio questo: quanto siamo liberi dal pregiudizio sessuale?

Pulcini, che è persona seria, colta, docente di storia della musica e quindi profondo conoscitore del melodramma, svolge il suo tema con innumerevoli esempi e riflessioni, inducendoci ad esempio a constatare, pur senza esplicitarlo, come senza il contrasto amoroso non esisterebbe melodramma. Centrale nella narrazione è la descrizione di come il protagonista assiste e vive la rappresentazione a Vienna dell’opera Rosenkavalier di Richard Strauss su libretto di Hofmannsthal.  Così in Lei è una grande si dipanano tutte le forme narrative del romanzo d’amor cortese: l’innamoramento fatale, i fattori oppositivi, la gioia, il pianto, la malinconia, il tradimento, il prendersi e il lasciarsi. Romanzo prezioso, questo, su un tema “scabroso”, poco trattato, quasi mai analizzato. Sul tavolo anatomico di Franco Pulcini vediamo sezionare una relazione umana, deprivata di pruderie scandalose, perché nulla di scandaloso ci deve essere in ciò che è in ultima istanza profondamente umano.

Un’altra estate – romanzo


Cattura

Finalista Premio Casa Sanremo Writers 2014

Segnalazione della Giuria del Premio Saturnio – Città di Moncalieri 2014

Secondo classificato Premio Libro che cammina “Reis encreuse” 2014

Acquistabile su Amazon

Link alla trasmissione di Radio3 “Qui Comincia” dell’11/2/2016

QuiComincia

GIAMPIETRO MARRA – GIURIA PREMIO CASA SANREMO WRITERS

Paolo Ferruccio Cuniberti sa bene che la terra è uguale a qualsiasi latitudine ci si trovi. Di terra parla nel suo ultimo libro “Un’altra estate” (EEE-Book edizioni, 143), della terra e di due suoi figli; Carlo, che vive in una cascina nelle Langhe in Piemonte e Maria, che abita in Sicilia in un feudo ai piedi della catena montuosa delle Madonie. L’autore ci racconta dieci anni di storia italiana, dal 1961 al 1970, racconta dell’emigrazione verso le città e della fine della realtà contadina italiana, racconta dell’incontro di Carlo e Maria a Torino, città emblema della più recente rivoluzione industriale italiana. I due s’incontrano mentre sono entrambi in fuga da quell’amara terra a cui è impossibile tornare, a causa del peso dei ricordi, a causa delle contraddizioni che s’amalgamano ai quei campi coltivati, sono in fuga e alla ricerca di qualcosa di meglio, di un’alternativa. Carlo e Maria non sono solo due personaggi del racconto di Paolo Ferruccio Cuniberti, sono due mondi diversi e stranamente simili. Le loro storie si alternano in capitoli con sapiente moderazione narrando le vicende dell’infanzia dei due fino al loro incontro che avviene a circa vent’anni. I luoghi, i dialoghi, tutto risulta essere estremamente concreto, così tanto reale da convincerci (sbagliando?) che si tratti di una storia vera, una di quelle nemmeno tanto romanzate, ci lascia la convinzione che da qualche parte nell’Italia degli anni sessanta Carlo e Maria hanno davvero intrapreso il viaggio della speranza che Cuniberti ci racconta. Se sui personaggi il dubbio resta, sicuramente reali sono gli scenari. Luoghi tratteggiati con poche efficaci parole che rendono perfettamente la dimensione e il tempo in cui sono calati. Così la Fiat diventa concreta presenza, come le viuzze di Torino, le periferie e i personaggi secondari che ruotano attorno l’asse gravitazionale di questa nuova (vecchia) città.

Paolo Ferruccio Cuniberti Torino la conosce bene. Anche perché c’è nato e proprio negli anni sessanta e vive nella città anche attualmente. Ha studiato letteratura all’Università di Torino e si è da sempre interessato di cinema, teatro e antropologia. Partendo dal suo territorio d’origine ha iniziato un percorso di studio delle culture popolari italiane, percorso che lo porterà a collaborare anche con varie riviste culturali. Prima di “Un’altra estate” ha pubblicato la raccolta di saggi “Orsi, spose e carnevali” (Araba Fenice Editore, 2013), “Indagine su Anna” (EEE-Book Edizioni, 2012) ambientato negli anni ‘80 e “Body and soul” (EEE-Book Edizioni, 2011 ) ambientato negli anni ’70 e anche finalista premio InediTo 2012. Con “Un’altra estate” conclude la propria personale trilogia sull’evoluzione dei costumi della società nel passato recente.

“Un’altra estate” è un magnifico esempio di come si dovrebbe affrontare un viaggio alla scoperta di un’epoca passata: con gli occhi delle persone che l’hanno vissuta e con la giusta ironia, la necessaria leggerezza. Perché a ben vedere la storia di Carlo e Maria è la storia dell’Italia di ieri, dell’Italia di oggi e anche, data la validità del vecchio “corsi e ricorsi storici”, dell’Italia del domani. È la storia di due personaggi inventati, la storia dei nostri padri, dei nostri nonni, è la storia di come la Storia, al pari della vita, riesca sempre a conciliare i molteplici mondi che si alternano sotto, intorno e dentro, ognuno di noi.

Intervista a Casa Sanremo Writers

DONATO BOSCA – SCHEDA CRITICA PREMIO LIBRO CHE CAMMINA

La storia che racconta Paolo Cuniberti parte da lontano ed è, in principio, una storia che riguarda due famiglie, una piemontese e l’altra siciliana. Quella piemontese vive nel Roero e ha come patriarca Carlo Bongiovanni, purtroppo giunto a fine corsa. La siciliana si regge su tre uomini d’onore, i Bastiani, gente di fiducia di un barone che non si rende conto che il mondo sta cambiando.  Sono le due storie ad avere dentro l’inquietudine del cambiamento, a sospirare la fuga dalle campagne e la ricerca del nuovo, con il mito della Fiat a Torino e l’esercito dei terroni che prende posto sul treno della speranza. In un contesto così lacerante, il romanzo di Cuniberti focalizza l’attenzione su due adolescenti che mordono il freno, Carlo, contadino che sogna la modernità e Maria, picciotta alle prese con esperienze più grandi di lei. Con il sistema del racconto a doppio binario, Cuniberti spoglia il suo racconto di ogni retorica. Svela a noi lettori un’Italia di gente povera, emarginata e piuttosto fatalista, in procinto di tagliare il cordone ombelicale che la lega al destino sempre uguale di chi non ha conoscenza ne strumenti per procurarsela. La bravura dell’autore consiste anche nell’accompagnare i suoi personaggi con empatia, mettendo i lettori sulle loro tracce, nel loro senso di dislocazione, di non appartenenza, di solitudine, facendoli agire sempre nelle retrovie, in piccoli paesi e in periferia.  L’autore si muove con destrezza su due piani, operando uno slittamento tra presente e passato, raccontando la scoperta personale dei propri limiti e desideri dei due personaggi principali del suo libro.

Ma i personaggi nel romanzo di Cuniberti non mancano e viene spontaneo dividerli in due categorie: genitori e figli. I genitori finiscono con l’apparire più fragili, incapaci di trovare soluzioni al loro male di vivere, come persone stanche che girano le spalle al futuro. I giovani sono anche loro ricchi di imperfezioni ma decifrano il mondo con una messa a fuoco più rapida e si scrollano di dosso le incrostazioni lasciate da infanzie non sempre serene. L’ultima annotazione riguarda la lingua usata dall’autore, stringata ed essenziale. Si capisce subito che ha il pallino dei racconti e una passione linguistica che lo porta a scrivere facendo una giusta e mirata economia di parole.

Videorecensione di Sara Cantoni a 6’30”

ANDREA TAVERNATI – BLOG IL MONDO DELLO SCRITTORE

Siamo negli anni ’60 e l’Italia sta cambiando. I giovani protagonisti di una storia d’amore che forse si farà vivono ai capi opposti del paese situazioni diverse, eppure per tanti aspetti così simili. Come i protagonisti di 1Q84 di Murakami sono destinati ad incontrarsi, ma per buona parte del libro vivono un lento moto di avvicinamento di cui sono inconsapevoli. In una atmosfera che pare quella di un romanzo neorealista, Paolo Cuniberti dipinge un’epoca e il confuso anelito di riscatto dei protagonisti, che pure subiscono prevalentemente la Storia che li circonda, cercando, in qualche modo, di cavalcare l’onda. Ma il vero protagonista è il tempo, che tutto travolge, ci allontana dal mondo dell’infanzia e dal volto dei nostri cari, non concedendoci altro che la facoltà della nostalgia, anche per quello che abbiamo voluto, e dovuto, rifiutare. Un ottimo libro dunque, nel quale l’attività di documentazione effettuata dall’autore scivola dentro la storia senza appesantirla: tutto è calibrato e corretto, ma “naturale” come se l’occhio del narratore si identificasse volta per volta con quello del personaggio, leggendo il procedere della sua storia dall’interno. Paolo Cuniberti racconta con leggerezza una trasformazione che diventa l’archetipo di tutte le trasformazioni e nella quale ognuno di noi può riflettere, cambiati i contorni, il nostro dolente paesaggio.

GIANCARLO IBBA – SCRITTORE E BLOGGER

“Un’altra estate” è il secondo romanzo di P.F.Cuniberti che leggo. Il primo è stato “Indagine su Anna.” Sono due storie diverse, naturalmente, ma entrambe mi hanno colpito in particolar modo per la loro bella atmosfera e per la ricostruzione certosina (ma senza pedanteria) di un periodo storico talmente vicino a noi (anche se lo abbiamo dimenticato) che potrei definirlo un passato prossimo. Quello che si respira tra le pagine (non tantissime, è vero, eppure dense) di questo libro, per me, è il profumo dolceamaro della nostalgia. Una nostalgia che non è necessariamente positiva, ipocrita o elegiaca, che non smussa gli angoli vivi della realtà e non scolora i sogni di quella generazione. Con una prosa lieve, a tratti pungente, Cuniberti racconta una vicenda banale solo in apparenza, costringendo quasi il lettore più attento a cercare tra le righe il vero significato di ciò che ha scritto. Non ci sono grosse sorprese o incalzanti colpi di scena. Nonostante ciò, grazie anche alla brevità dell’opera, l’autore è in grado di coinvolgere e incuriosire fino al termine della lettura. Quello che resta, alla fine, è piacevole la sensazione di avere conosciuto (attraverso le esperienze e i pensieri dei protagonisti) un Italia che (forse) non esiste più.

Presentazione alla Libreria Begravia, Torino 30/11/2013

Presentazione alla rassegna “La terra della poesia” Parco Letterario G.G. Battaglia, Aliminusa, 25/7/2014

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