Recensione del film “The Repairman”


The_Repairman

Stiamo seguendo da tempo le alterne fortune e l’ardua ascesa del film girato nelle Langhe “E fu sera e fu mattina”. Ora scopriamo che nel panorama, purtroppo spesso sconosciuto al grande pubblico, del cinema indipendente italiano, si è aggiunto un nuovo lungometraggio che è stato sinora in attesa di adeguata distribuzione. Si tratta di “The Repairman”, opera prima del regista Paolo Mitton, piemontese di già solida esperienza trasferito a Londra dove ha fondato una piccola casa di produzione, la Seven Still Pictures, co-prodotto da un’altra start-up di produzione cinematografica: la Aidìa (si scrive proprio così, con l’accento sulla seconda I, come la pronuncia di “idea” in inglese) con nascita e sede, udite udite, nientemeno che nel Roero a Monticello d’Alba per iniziativa di Filippo Margiaria e Paolo Giangrasso.

Il nostro piccolo mondo reale, spesso così vicino a noi, a volte ci piace perché sa ancora gradevolmente sorprenderci.

Il film, prodotto con un budget di circa 200.000 euro e che ha usufruito anche del sostegno della Torino Film Commission, è stato girato interamente in Piemonte, in provincia di Cuneo, tra location come Mondovì, la pianura di Trinità e le vigne di Barolo e La Morra.  Dopo la lunga fase di post-produzione, è stato presentato nel 2013 al Raindance film festival di Londra e in anteprima italiana al Torino Film Festival dello stesso anno.

Si tratta di una commedia a tratti surreale, in cui non mancano riferimenti narrativi e situazionali di un certo cinema inglese, con il suo humor sottile e stralunato. La storia è un lungo flash-back raccontato dal protagonista in una scuola guida, durante una lezione per il recupero dei punti della patente. Stralunato è anche il protagonista Scanio Libertetti (Daniele Savoca), giovane ingegnere dalla carriera fallimentare ridotto a riparare macchine da caffè per i bar. Riparazioni che esegue con estenuante lentezza anche per la maniacale vocazione ad intervenire con ingegnose quanto inutili migliorie. Come ogni sfigato che si rispetti, Scanio ha noiosi amici di mediocre successo, chi nel lavoro, chi nella famiglia, che lo sollecitano a crearsi affetti e posizione duraturi (o almeno una ragazza e un lavoro decente). Ma a uno sfigato come lui non ne può andare bene una, e la sua vita degrada via via, tra una disavventura e l’altra. La luce in fondo al tunnel sembra rappresentata dall’apparire nella sua esistenza di Helena, una concreta ragazza inglese trapiantata in Italia per lavoro (Hannah Croft), che lo raccatta dal suo fondo di miseria e nobiltà e lo ospita a casa sua. Non sarà un rapporto facile da gestire per la ragazza, a causa delle stravaganze di Scanio, diventato una via di mezzo tra Oblomov e Bouvard et Pécuchet, così il destino della coppia appare segnato.

Il disorientamento del protagonista è in certo qual modo paradigmatico e rappresentativo di una generazione frustrata nella sua creatività – segnatamente in Italia come ben sappiamo -, incapace, o impossibilitata, di spiccare il volo e mettere a frutto la propria intelligenza. Condizione umana metaforicamente esemplificata in apertura del film da una lenta e pesante anatra che vola a lungo a bassa quota tra i tralicci dell’alta tensione della pianura cuneese, fino a bruciarsi tra i cavi elettrici nel momento in cui tenta il decollo verso il cielo e lo spazio aperto.

Il film è atteso in programmazione nelle sale da febbraio 2015.

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Recensione del film “E fu sera e fu mattina”


Locandina E fu sera

Credo che nella valutazione critica di un film come E fu sera e fu mattina di Emanuele Caruso, non si possa prescindere dalle condizioni con le quali è stato realizzato, passando sopra i piccoli scusabili difetti che pure ci sono. La storia è ormai abbastanza nota, ma la riassumo.

Scritto il soggetto, un soggetto drammatico, gli autori ne valutano i costi: sulla carta, pagando attori professionisti, una troupe, i materiali, la logistica, la pre e post-produzione, il film (pur sempre da considerarsi a basso budget) sarebbe costato non meno di cinquecentomila euro.  Una cifra improba per un’opera prima di un giovane autore semi-sconosciuto. Ma Emanuele ci prova, e contatta alcuni produttori. La risposta è sempre la stessa: negativa. La più gentile sembra sia stata: “In Italia vanno solo le commedie”. Caruso non si perde d’animo e ostinatamente decide di provarci lo stesso. Alcuni attori professionisti e i tecnici della troupe (amici e sodali) si rendono disponibili a lavorare gratuitamente; al cast si aggiungono altri attori amatoriali e persone del popolo disposte a fare l’esperienza. Le location saranno ridotte a pochi luoghi (principalmente a La Morra) e le riprese necessariamente dovranno essere concentrate in poche settimane, che per molti sono tutte le ferie prese dal loro normale lavoro. Occorrono comunque soldi e si ricorre al “crowdfunding”, cioè quella specie di azionariato popolare per cui chi vuole sostenere il progetto può acquistare una o più quote da 50 euro, diventando così produttore del film, scommettendo di rientrare del proprio finanziamento grazie ai biglietti venduti. Una bella scommessa. A questa raccolta si aggiunge qualche sponsor e un contributo della Film Commission di Torino. In totale si raccolgono settantamila euro. Un’inezia se paragonati ai costi ipotizzati.

Così la lavorazione comincia; il materiale girato sarà sottoposto a un lungo e complesso lavoro di montaggio e post-produzione. Si utilizzano musiche originali scritte appositamente per il film. Passa circa un anno e occorre trovare il modo di distribuirlo nelle sale. Manco a dirlo, tutti i distributori (che in Italia si contano sulle dita di una mano) lo rifiutano. “In Italia vanno solo le commedie”. Allora si ricomincia con il fai-da-te: gli autori contattano direttamente le sale e lo propongono. “Tenetelo in programmazione due, tre, quattro sere al massimo, poi se non va si toglie”. Qualcuno accetta, non senza rischiare. Invece, avviene il miracolo: il film va bene e ogni sera fa il pieno, al pubblico interessa. Al cinema Reposi di Torino doveva restare in programmazione quattro giorni e invece è ancora lì dopo sei settimane e ogni sera la gente fa la coda. Il break even point è raggiunto e superato. Le Langhe piacciono, sono il muto convitato che apparentemente dovrebbe fare da cornice, ma finisce per essere attore protagonista.

Il film si apre con una spettacolare alba sulle colline vitivinicole e si chiude con le immagini dell’Alta Langa di Prunetto. In mezzo ci sono i vicoli e le piazzette degli antichi borghi che punteggiano il territorio. La storia prende l’avvio leggera ma diventa subito tragedia. La notizia è di quelle più terrificanti possibili: la fine del mondo è prossima. Qui la scelta registica va all’opposto di ciò che normalmente ci si aspetterebbe. In una produzione hollywoodiana ci sarebbero scene di panico, violenza e stupri, qui invece il tono è sommesso (a volte perfino un po’ dimesso, negli intermezzi dialettali), allo sconforto iniziale ognuno reagisce secondo il proprio vissuto. Qualcuno è scettico, molti sono diffidenti verso la scienza o verso la Chiesa (“Sono balle inventate dai preti!”), altri sembrano accettare con arcaico fatalismo contadino l’ennesima disgrazia, come una grandinata o un’annata scarsa. Nella piccola comunità di provincia la vita continua come sempre, in una calma apparente; si indulge, nonostante tutto, al pettegolezzo, alle piccole maldicenze, all’ostracismo per i diversi; emergono rancori sopiti, fino al momento culminante, il climax, in cui viene commesso un delitto. La comunità ha distillato il suo odio latente e ha sacrificato uno dei suoi, ultimo insulto al Destino avverso, a quel Dio ignoto che dà e toglie. Caino uccide Abele. I diversi, invece, accoglieranno l’ultimo momento lontano da tutto ciò. In contemplazione della bellezza del creato, anche nell’istante supremo.

Ci siamo chiesti se tutto ciò sarebbe credibile, di fronte a una notizia così assoluta e assurda come la fine del mondo. Forse le reazioni nella realtà sarebbero diverse, la comunità si stringerebbe affratellata in se stessa ad ultima consolazione e conforto reciproco. Oppure no. Chissà che antropologicamente non siamo proprio fatti così e che in fin dei conti la piccola provincia piemontese (e non solo) potrebbe proprio reagire come descritto nel film, con estremo irragionevole understatement, chiusa nel proprio piccolo ego in un distaccato e stolto scetticismo?

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