Poeti contadini. Rocco Scotellaro e Giuseppe Giovanni Battaglia


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“Rocco è del tutto nel mondo contadino, parte di esso per nascita, per costume, per lingua, per solidarietà di natura, e insieme ne è necessariamente fuori per la sua qualità espressiva.“

Questa definizione di Carlo Levi della figura del poeta, scrittore, militante politico, Rocco Scotellaro, potrebbe perfettamente adattarsi  alla biografia di Giuseppe Giovanni “Pino” Battaglia.

Scotellaro, nato in Lucania a Tricarico nel 1923, è morto appena trentenne nel 1953. In quell’anno Pino Battaglia, nato in Sicilia ad Aliminusa nel 1951, compiva due anni. Anch’egli avrebbe avuto il destino di una vita breve, forse perché, si usa dire per consolazione, Dio chiama a sé quelli che ama di più, o forse perché le vite si consumano quanto più intensamente sono vissute, oppure è semplicemente il Fato avverso che gioca brutti tiri. La sua prematura fine arriverà all’età di quarantaquattro anni nel 1995. Quasi un trentennio separa le due esperienze, ma le similitudini sono evidenti pur nei diversi moduli stilistici.

È sempre di Carlo Levi la definizione di “poeta contadino” per Rocco Scotellaro, mentre Pino Battaglia definiva se stesso “pueta viddanu”, anch’egli poeta contadino quindi.  Entrambi hanno vissuto l’esperienza del sindacalismo, Scotellaro nel dopoguerra  ai tempi delle occupazioni delle terre da parte dei contadini, fino a diventare, a soli 23 anni, sindaco di Tricarico per il Partito Socialista; Battaglia, per ragioni anagrafiche, assistendo nei suoi anni alla disfatta di quella civiltà contadina in cui piantava le sue radici, militando nella CGIL da cui uscirà dissidente nel 1984.

Non sappiamo quanto a fondo Battaglia conoscesse l’opera di Scotellaro (ben poco pubblicato e diffuso oggi come allora),  ma le forti analogie delle due vite non potevano non influenzare anche in modo indipendente le loro tematiche esistenziali e letterarie. Culturalmente Scotellaro risentiva di altre ispirazioni, dagli esordi quasi scolastici, appena diciassettenne, con echi di una certa poesia bucolica pascoliana e carducciana, per orientarsi poi verso forme tardive dell’ermetismo, fino alle prove intuitive di una sperimentazione germinale. La morte, che lo ha colto nel pieno della sua elaborazione intellettuale lasciando anche prose incompiute (come il romanzo L’uva puttanella), non gli ha consentito altri sviluppi e lo ha relegato per decenni nell’area ristretta del neorealismo, corrente di breve respiro presto contestata dalle avanguardie degli anni 60 che si opponevano a ogni forma di naturalismo nelle arti. Per Battaglia il caso è più complesso poiché, partito dalla scelta per fini estetici ed espressivi del dialetto siciliano, nella sua variante di Aliminusa nelle Madonie, ha avuto il tempo di attuare una crescita interiore e cosciente della sua arte, distaccandosi progressivamente, sebbene mai definitivamente, dalle forti tematiche contadine e sociali dei suoi esordi  (militanza programmatica sin dai titoli delle prime raccolte degli anni 70: La terra vascia; La piccola valle di Ali; Campa padrone che l’erba cresce) per volgersi a una riflessione più intimista, interiore, filosofica, sui temi fondanti della natura, del divino, dell’amore, della vita e della morte. Singolare è tuttavia la costante valenza materica del verso di Battaglia, dove il verbo (la “vuci”) si fa luogo, sostanza, animale, elemento tangibile e simbolico. La recente pubblicazione di tutta l’opera delle poesie in lingua italiana, oltre a fornire un’idea della grandezza di Battaglia come poeta nazionale (e sottolineo nazionale, non regionale, dialettale) consente una ricognizione sul lessico che mette a nudo le sue radici terragne o sotterranee: almeno un centinaio di volte compaiono le parole “pietra” – con le sue varianti “pietraia”, “roccia” -, e “terra”, e quasi altrettante le parole “serpe”, “vipera”, animali che sulla terra strisciano e si nascondono, simboli antropologici del mondo ctonio. Popolano i versi di Battaglia gli animali, gli uccelli, le formiche, le chiocciole. Due versi fulminanti enunciano: “La mano che rimuove la pietra/àltera un piccolo universo”. E immaginiamo il brulichio di vita che sta sotto un sasso in campagna quando lo solleviamo, e il disturbo generato dall’intervento dell’uomo in quel mondo in sé conchiuso, metafora dell’improvvidità umana. Nello spirito Battaglia non ha mai abbandonato le origini, come dichiara nel 1988:

“Ho smesso di scrivere in lingua siciliana nel 1978; è stata una bella esperienza, sono cresciuto confrontandomi giorno per giorno con il mio lavoro poetico, in una vera e propria simbiosi; sono intervenuto sulla lingua, da diversi punti di vista, non ultimo nella sua musicalità. Peraltro, ho tentato di far vivere anche nel mio verso, la fine della cultura contadina, cosa tutt’altro che facile.”

Nel narrato poetico Battaglia si avvicina talora a Scotellaro attraverso lo stile oracolare di ascendenze  mitico-bibliche e con l’uso dell’iterazione dei nomi e dei versi su imitazione delle litanie religiose e del canto popolare. Ricorrenti e vicine figurazioni e tematiche agresti che sottendono la tragicità dell’essere umano.

Qui Scotellaro (Campagna):

Passeggiano i cieli sulla terra e
le nostre curve ombre una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

Qui Battaglia (Soprana):

Alto è il monte e un vento spira
che porta odori di buone erbe;
qui né santuari né passi d’uomo,
ma di suoni armonie e d’uccelli
certezza di canto. Nella grande
valle il tempo riunito; l’uno è
l’erba, la sentenza è pronunziata;
per dimorare è la pietra,
è per radicarsi l’albero.

Vicinanza troviamo anche nell’uso della denuncia o dell’invettiva.

Scotellaro (Noi che facciamo?):

Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pietre.
[…]Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.

Battaglia (L’ira del pastore):

Voi che avete distrutto i pascoli verdi
dove le epoche avevano sedimentato
il sogno, voi che avete reso minimo
l’oro delle costruzioni dei boschi,
voi che dell’infanzia del mondo
avete saputo imbastire un groviglio,
voi i destinatari del mio disprezzo.
Io, nella rocca del mondo, m’ascolto
esistere e mi rivolgo alle pietre,
alle canne, agli incantati pagliai,
e non scricchiolano le ossa dei miei cent’anni».

Potrebbero e dovrebbero terminare qui questi pochi esempi, perché l’opera di Pino Battaglia procede ben oltre le prove letterarie di Scotellaro, per maturità, consapevolezza, irrequietezza d’animo, tormento culturale, ricerca stilistica. Come si è detto è il dato biografico comune che genera queste associazioni, per un insieme di referenze ipertestuali che tuttavia non autorizzano a porre sullo stesso piano esperienze artisticamente distanti nel tempo e nella diversa temperie storica e sociale.

Nei riguardi di Pino Battaglia resta il rammarico per l’ombra, il pregiudizio intellettuale, sotto i quali è restato a lungo relegato un poeta considerato troppo spesso dialettale o provinciale e che andrebbe invece posto tra i maggiori del secondo Novecento, vanto della Sicilia e dell’Italia. La nascita del Parco Letterario a lui intitolato, per opera del Comune di Aliminusa e del fraterno amico il pittore-poeta Vincenzo Ognibene, nel 2014, e la ripubblicazione nel 2015 delle sue opere in lingua, si spera facciano finalmente giustizia.

Pino Battaglia Paperblog

Lettura: Lei è una grande di Franco Pulcini


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Complesso edipico irrisolto, perversione, aberrazione o immaturità sessuale?

In tempi come gli attuali in cui si discute di matrimonio omosessuale (e in molti paesi ormai lo si applica), di famiglie atipiche, di fecondazione eterologa, di adozione a coppie gay e via discorrendo, i termini sopra elencati, che descrivono alcuni comportamenti sessuali con una evidente accezione negativa, possono apparire desueti ormai a oltre la metà degli italiani, come si desume da recenti statistiche. È oggi pressoché universalmente accettato dalla scienza medica e dal senso comune che la sessualità appartiene esclusivamente alla sfera personale dell’individuo e che i suoi desideri non sono sindacabili, se il suo comportamento non nuoce ad alcuno.

Ma se un ragazzo minorenne va a letto con una quarantenne o una sessantenne che se ne pensa? Risparmiamoci gli epiteti che sarebbero rivolti alla matura profittatrice e ai dubbi sulla sanità mentale e morale del ragazzo. Per non parlare di cosa si direbbe se i ruoli fossero capovolti, ovvero ragazza minorenne innamorata di uomo maturo e corrisposta. Certamente, come minimo, la terminologia posta in apertura troverebbe ampia riesumazione. Ritornerebbero pregiudizi sopiti.

Ebbene, di tutto questo parla il romanzo Lei è una grande di Franco Pulcini (edito da EEE-book, 2014), che oltre a narrare delicatamente di un amore tra un diciassettenne e una quarantenne, racconta anche i suoi contrasti. Sensi di colpa dei protagonisti, perbenismo dell’ambiente familiare e sociale che li circonda, ostilità dichiarate o latenti, accuse di gerontofilia, difficoltà a vivere serenamente un amore svincolato e giocoso come tutti gli amori dovrebbero essere. E questo amore sarebbe una scommessa vinta se fosse lasciato libero di esprimersi nella sua pienezza, con i suoi peculiari meccanismi, anche quelli determinati dalla diversa età degli amanti:

“Federico non era un uomo del tutto insopportabile, e forse non era un uomo insopportabile perché non era ancora un uomo. E proprio perché non era ancora un uomo, lei lo sopportava. Anzi lo amava.”

Non racconteremo ovviamente che piega prenderanno le cose e come andrà a finire. Ma il focus del romanzo è proprio questo: quanto siamo liberi dal pregiudizio sessuale?

Pulcini, che è persona seria, colta, docente di storia della musica e quindi profondo conoscitore del melodramma, svolge il suo tema con innumerevoli esempi e riflessioni, inducendoci ad esempio a constatare, pur senza esplicitarlo, come senza il contrasto amoroso non esisterebbe melodramma. Centrale nella narrazione è la descrizione di come il protagonista assiste e vive la rappresentazione a Vienna dell’opera Rosenkavalier di Richard Strauss su libretto di Hofmannsthal.  Così in Lei è una grande si dipanano tutte le forme narrative del romanzo d’amor cortese: l’innamoramento fatale, i fattori oppositivi, la gioia, il pianto, la malinconia, il tradimento, il prendersi e il lasciarsi. Romanzo prezioso, questo, su un tema “scabroso”, poco trattato, quasi mai analizzato. Sul tavolo anatomico di Franco Pulcini vediamo sezionare una relazione umana, deprivata di pruderie scandalose, perché nulla di scandaloso ci deve essere in ciò che è in ultima istanza profondamente umano.

Il museo Teatro del Paesaggio di Magliano Alfieri


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 Il 13 giugno 2015 si è inaugurato il nuovo museo Teatro del Paesaggio nel castello di Magliano Alfieri alla presenza del Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e del Direttore dell’Associazione dei Paesaggi Vitivinicoli UNESCO Roberto Cerrato. L’apertura del museo è il punto di arrivo di una lunga vicenda culturale partita molti anni fa e che fa del paese di Magliano un vero e proprio caso di peculiare interesse per l’area Langhe-Roero.

Erano gli anni 60-70 quando un gruppo di giovani capitanati da Antonio Adriano iniziava a riflettere sulle trasformazioni sociali in atto, l’abbandono delle campagne, la riduzione degli antichi villaggi a sobborghi-dormitorio, il disfacimento dei valori della civiltà contadina, proponendo una riscoperta “spontanea” di musiche, canti, riti, tradizioni. Nasceva così il Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri, che ha contribuito fortemente a dare nuovo impulso alle ricerche etnografiche nel Basso Piemonte.

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Dopo il caso, con taglio più politico e cantautorale, di Cantacronache a Torino, il fenomeno del folk revival si stava nuovamente imponendo in tutta Italia (in quegli stessi anni, ad esempio, nascevano al Sud gruppi come la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone), anche per un recupero di consapevolezza identitaria e di contrapposizione a scelte di potere e di sviluppo non condivise. Il tema dell’identità nella cultura popolare è poi stato abbandonato dall’area progressista per lasciarlo purtroppo in balia di incolti rigurgiti regressivi che hanno fatto presa proprio sui ceti meno consapevoli.

Il Gruppo di Magliano ha raccolto testimonianze, materiali, oggetti che dovevano, nelle intenzioni di Antonio Adriano, costituire il nucleo di un museo etnografico. Negli anni successivi, grazie al recupero degli spazi del castello, si sono così potute aprire le prime sale di un Museo dei Gessi, che espone gli interessanti manufatti derivati dalle cave di gesso della zona e che venivano utilizzati principalmente per decorare le volte delle case contadine, oltre a fornire un ottimo isolamento termico.

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La morte di Antonio Adriano è prematuramente giunta pochi anni fa senza che potesse vedere la luce il museo etnografico da lui immaginato con gli altri oggetti raccolti dal Gruppo. Nasceva contestualmente, a pochi chilometri di distanza nel castello di Cisterna d’Asti, il Museo delle Arti e Mestieri di un Tempo che dava ampia e scientifica sistemazione a numerose raccolte di strumenti di lavoro e oggetti di vita quotidiana del passato, e che costituisce, ancora oggi, forse il più completo repertorio di materiale etnografico piemontese. Ripetere a Magliano qualcosa di analogo non sarebbe stato opportuno.

L’Associazione che cura le sorti del castello Alfieri, con il supporto essenziale e convinto dell’Amministrazione comunale e con il contributo scientifico dell’Università di Pollenzo, ha così rivisto il progetto, convertendolo in un moderno percorso multimediale, limitando l’esposizione di oggettistica e dedicandolo al tema del paesaggio, inteso come paesaggio geografico, umano, rituale. Ottenuti i fondi dell’Unione Europea, il progetto è decollato, e nel giro di due anni il museo è stato puntualmente terminato, nella sua originalità, contemporaneità e fruibilità.  Aperto al pubblico in via sperimentale nel mese di maggio, presentato al Salone del Libro di Torino, è ora pronto ad accogliere il nuovo turismo culturale della regione e a trasformarsi anche in laboratorio e centro studi. Un modello di intervento vincente, dedicato alla memoria di Antonio e di cui il paese di Magliano può andare fiero.

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foto: P. Destefanis

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