Consigli a un esordiente di Giacomo Leopardi



operette_morali

Una mise en abyme, termine mediato dal mondo dell’arte figurativa per indicare la replicazione di immagini nell’immagine in un “abisso” di osservazioni/letture fruibili, è in letteratura ciò che avviene quando l’opera scritta guarda (o riguarda) se stessa. Espressione che si può usare quasi per sinonimo di “autoreferenza”, sebbene sia quest’ultimo un termine troppo spesso e ingiustamente utilizzato con valenza non positiva. È autoreferenziale l’opera in cui l’autore fa palesemente trapelare una molteplicità di elementi personali, e fingendo (talvolta) di parlare d’altro, parla di se stesso e delle sue opinioni più o meno condivisibili. È un procedimento frequente in ogni autore, del tutto normale, spesso indispensabile se chi scrive ha l’accortezza di evitare eccessi e pedanterie che appaiono di cattivo gusto e che appesantiscono l’opera rendendola insopportabilmente fastidiosa. Nella mise en abyme, l’operazione può consistere invece nell’incastrare una storia – breve o no – nella storia principale, anche con finalità autoreferenziali, come l’autore che irrompe sulla pagina tra i suoi personaggi e ammicca al suo pubblico di lettori parlando di sé (vedi il Manzoni), oppure è utilizzata per fini del tutto estetici, magari lì per lì apparentemente esogeni, però alla lunga funzionali alla narrazione. Talvolta per spiegarne scelte e ragioni.

Ma prendiamo in esame il primo caso: quello dell’autore che parla di sé.

È ad esempio ammissibile che uno scrittore illustri ad altri scrittori quando, come e perché si deve scrivere? A un autore che sale sul pulpito si potrebbe inviare l’invito cortese a farsi da parte e lasciare in pace i colleghi, salvo che intenda in una dichiarata autobiografia raccontare di se stesso e dei problemi che egli stesso ha incontrato, a titolo di esempio e monito per tutti. Per lezioni di vita e scrittura, invece, meglio passare dalla scuola, quella pubblica, possibilmente con buoni insegnanti.

Si presume tuttavia  la totale buona fede degli intenti di un libro come quello recentemente pubblicato, E così vorresti fare lo scrittore, di Giuseppe Culicchia (Laterza, p. 166, 14 euro). 51lJC88eabLÈ infatti un libro che racconta il mondo delle lettere,  dell’editoria e di tutto il circo culturale, pseudo-culturale, para-culturale, sub-culturale, in cui balìa cade l’aspirante scrittore, in un paese dove è ormai luogo comune (peraltro rispondente con buona probabilità al vero) affermare che annovera più gente che scrive di gente che legge: ma esistono statistiche attendibili in merito? È una constatazione delle case editrici statisticamente basata sul rapporto manoscritti ricevuti/libri venduti? La candida presentazione dell’Editore di Culicchia sostiene peraltro che è un libro dal “pubblico potenzialmente molto vasto” (quello degli aspiranti scrittori appunto), e sotto questa luce pare quanto meno un’ottima trovata editoriale. Ma il libro (che ho letto) è utile e divertente. Consigliabile.

Con buona pace di Leopardi.

Perché scomodare il grande poeta? Perché nelle sue Operette morali  (1824) trova ampio spazio un immaginario dialogo tra il Parini e un aspirante scrittore; anzi, non lo potremmo definire un dialogo, ma una vera e propria trattazione del maestro all’allievo diretta a  metterlo in guardia dai rischi del mestiere di poeta e scrittore, affinché, gli dice,

tu possa con piena notizia considerare e risolvere se ti sia più spediente di seguitarlo, o di volgerti ad altra via”.

Gli elementi di attualità in tutta la trattazione sono innumerevoli.  E traspare autoreferenzialità a palate.

Per cominciare, con l’artificio retorico della preterizione, il Parini/Leopardi esclude di dilungarsi

sopra le emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la malignità degli uomini ti opporrà nel cammino che hai cominciato. I quali ostacoli, sempre malagevolissimi a superare, spesso insuperabili, fanno che più di uno scrittore, non solo in vita, ma eziandio dopo la morte, è frodato al tutto dell’onore che se gli dee. Perché, vissuto senza fama per l’odio o l’invidia altrui, morto si rimane nell’oscurità per dimenticanza”.

Ovvero: puoi anche essere un genio, ma i maneggi e le parzialità, volontari e non, degli uomini con cui dovrai confrontarti finiranno inesorabilmente per danneggiarti anche dopo morto.

I giudizi critici, ovvero la comprensione e l’apprezzamento della qualità dell’opera, sono condizionati dalla proprietà della lingua e dello stile della stessa persona che li esprime:

“A conoscere perfettamente i pregi di un’opera perfetta o vicina alla perfezione, e capace veramente dell’immortalità, non basta essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi così perfettamente come lo scrittore medesimo che hassi a giudicare. […] l’uomo non giunge a poter discernere e gustare compiutamente l’eccellenza degli scrittori ottimi, prima che egli acquisti la facoltà di poterla rappresentare negli scritti suoi: perché quell’eccellenza non si conosce né gustasi totalmente se non per mezzo dell’uso e dell’esercizio proprio, e quasi, per così dire, trasferita in se stesso. […] E la più parte di quelli che attendono agli studi, scrivendo essi facilmente, e credendosi scriver bene, tengono in verità per fermo, quando anche dicano il contrario, che lo scriver bene sia cosa facile. Or vedi a che si riduca il numero di coloro che dovranno potere ammirarti e saper lodarti degnamente, quando tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine riuscito a produrre un’opera egregia e perfetta. Io ti so dire (e credi a questa età canuta) che appena due o tre sono oggi in Italia, che abbiano il modo e l’arte dell’ottimo scrivere.”

Il giudizio critico è poi viziato dalla scarsità degli approfondimenti, spesso privati delle necessarie riletture, queste ultime rese impossibili dall’eccessiva quantità di pubblicazioni in commercio (si badi alla denuncia e che siamo nel 1824):

“Dico che gli scritti più vicini alla perfezione, hanno questa proprietà, che ordinariamente alla seconda lettura piacciono più che alla prima. Il contrario avviene in molti libri composti con arte e diligenza non più che mediocre, ma non privi però di un qual si sia pregio estrinseco ed apparente; i quali, riletti che sieno, cadono dall’opinione che l’uomo ne avea conceputo alla prima lettura. Ma letti gli uni e gli altri una volta sola, ingannano talora in modo anche i dotti ed esperti, che gli ottimi sono posposti ai mediocri. Ora hai a considerare che oggi, eziandio le persone dedite agli studi per instituto di vita, con molta difficoltà s’inducono a rileggere libri recenti, massime il cui genere abbia per suo proprio fine il diletto. La qual cosa non avveniva agli antichi; atteso la minor copia dei libri. Ma in questo tempo ricco delle scritture lasciateci di mano in mano da tanti secoli, in questo presente numero di nazioni letterate, in questa eccessiva copia di libri prodotti giornalmente da ciascheduna di esse, in tanto scambievole commercio fra tutte loro; oltre a ciò, in tanta moltitudine e varietà delle lingue scritte, antiche e moderne, in tanto numero ed ampiezza di scienze e dottrine di ogni maniera, e queste così strettamente connesse e collegate insieme, che lo studioso è necessitato a sforzarsi di abbracciarle tutte, secondo la sua possibilità; ben vedi che manca il tempo alle prime non che alle seconde letture. Però qualunque giudizio vien fatto dei libri nuovi una volta, difficilmente si muta.

Dunque, a una superficiale lettura è affidato il primo giudizio, e ben difficilmente questo può essere destinato a mutare. E sappiamo oggi quale giudizio si può formare con certe letture “trasversali”, veloci, basate sulle prime righe dell’incipit, o su un solo capitolo. Perché dunque lo scrittore deve affannarsi tanto per scrivere bene? Per di più la durata del successo di un autore contemporaneo, apprezzato solo per “l’amenità” e l’immediatezza della sua opera, è effimera e presto destinata all’oblio.

 “Aggiungi che per le stesse cause, anche nel primo leggere i detti libri, massime di genere ameno, pochissimi e rarissime volte pongono tanta attenzione e tanto studio, quanto è di bisogno a scoprire la faticosa perfezione, l’arte intima e le virtù modeste e recondite degli scritti. Di modo che in somma oggidì viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti, che dei mediocri; le bellezze o doti di una gran parte dei quali, vere o false, sono esposte agli occhi in maniera, che per piccole che sieno, facilmente si scorgono alla prima vista. E possiamo dire con verità, che oramai l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama. Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve: come si vede continuamente nell’effetto. Ben è vero che l’uso che oggi si fa dello scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e avanti che abbiano potuto (per dir così) radicare la propria celebrità, dall’immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno in luce, periscono senz’altra cagione, dando luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per breve spazio.”

Infine, anche presso gli eruditi la considerazione aumenta proporzionalmente alla celebrità già universalmente riconosciuta e conclamata dell’opera e dell’autore, la fama genera fama:

“Se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai meno grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione: perché le virtù proprie del poema nuovo, non sarebbero aiutate dalla fama di ventisette secoli, né da mille memorie e mille rispetti, come sono le virtù dell’Iliade. Similmente dico, che chiunque leggesse accuratamente o la Gerusalemme o il Furioso, ignorando in tutto o in parte la loro celebrità; proverebbe nella lettura molto minor diletto, che gli altri non fanno. Laonde in fine, parlando generalmente, i primi lettori di ciascun’opera egregia, e i contemporanei di chi la scrisse, posto che ella ottenga poi fama nella posterità, sono quelli che in leggerla godono meno di tutti gli altri: il che risulta in grandissimo pregiudizio degli scrittori.”

Tale è l’opinione di Leopardi nei confronti degli eruditi, coloro i quali dovrebbero essere i principali destinatari dell’opera egregia e i suoi migliori giudici. Ma di non migliore considerazione si può degnare la gran parte dei lettori:

“Quanto a coloro che se bene bastantemente instrutti di quell’erudizione che oggi è parte, si può dire, necessaria di civiltà, non fanno professione alcuna di studi né di scrivere, e leggono solo per passatempo, ben sai che non sono atti a godere più che tanto della bontà dei libri: e questo, oltre al detto innanzi, anche per un’altra cagione, che mi resta a dire. Cioè che questi tali non cercano altro in quello che leggono, fuorché il diletto presente.”

E accennerà più avanti che nemmeno è possibile confidare con qualche certezza nella posterità, dubitando che questa possa essere migliore della contemporaneità. Nella visione leopardiana improntata al più sconfortato pessimismo esistenziale, la conclusione non può essere altra che questa:

“Gli scrittori grandi, incapaci, per natura o per abito, di molti piaceri umani; privi di altri molti per volontà; non di rado negletti nel consorzio degli uomini, se non forse dai pochi che seguono i medesimi studi; hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l’ottengono, dopo sepolti.”

Leopardi parla di sé e per sé in tutte le Operette morali, in cui tratta dei grandi temi filosofici del suo tempo sia nella forma classica dei dialoghi platonici che per apologhi e satire. Tuttavia, come avviene per tutti i grandi, ha la capacità di parlarci ancora con tutta la lucidità del suo pensiero e di essere per molti versi ancora sorprendentemente attuale.

 

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