Rivista Langhe n. 9 dedicata a Fenoglio – L’intervento pubblicato


Langhe 9

Il paesaggio morale in Fenoglio

di Paolo Ferruccio Cuniberti

        Spesso accostati per la comunanza delle loro radici langarole, Pavese e Fenoglio ci hanno offerto due facce opposte e complementari del nostro comune sentire. Hanno dato voce e forma letteraria alta a quella koinè culturale che unifica e in cui si riconosce il popolo delle colline piemontesi. Entrambi di carattere ruvido e schivo, l’uno ha vissuto con fatica il mondo cosmopolita, tra Roma e Torino, che aveva il suo fulcro nella redazione dell’Einaudi, l’altro non ha mai lasciato la sua natia cittadina di Alba, conducendo una vita ritrosa con un “normale” lavoro per mantenere la famiglia. Per Pavese, con La luna e i falò, Santo Stefano Belbo è un ritorno, una riscoperta tra le nebbie dei ricordi ancestrali da analizzare alla luce del mito, come le sue letture e i suoi ultimi studi gli imponevano; per Fenoglio la Langa è il luogo del vivere quotidiano ed eroico, la terra, direi anzi il paesaggio, in cui ogni atto è immerso e si carica di gesta epiche, siano esse quelle della fatica contadina e della fame (La malora), siano invece quelle della gioventù guerriera (Una questione privata, Il partigiano Johnny) che ha vissuto il riscatto personale e nazionale della lotta partigiana. Per molti versi chi vive la Langa ha, o dovrebbe avere, qualcosa in sé di quell’epica.

         Un altro grande cuneese, il “provinciale” Giorgio Bocca, scriveva: “La gioventù! Se tiro fuori le memorie di quei mesi partigiani, ‘quella lunga splendida vacanza’ come la chiamava Livio Bianco, non mi capacito di essere stato così giovane e forte e pazzo”. Ora, credo che molto di quello spirito fosse comune anche al partigiano Beppe Fenoglio. E chi è stato partigiano come lo sono stati certi uomini, resta partigiano e con quella scintilla dentro, di libertà e di avventura, per tutta la vita. Breve vita, per Fenoglio, ma sufficiente per lasciarci pagine memorabili, di un tale livello epico, romantico ma antiretorico, da restare indelebili come incise su pietra fin nella forma incompiuta del suo romanzo postumo. Verrebbe da pensare che c’è qualcosa di grande e di epico anche nell’incompiutezza, come nella vita spezzata nel fiore degli anni di ogni eroe. Vite incompiute e grandi proprio perché tali.

      Per Italo Calvino il racconto partigiano Una questione privata era costruito “con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso”, mentre Vittorini individuava in Fenoglio, fin dal suo esordio, un altro spunto cruciale nel tema del paesaggio, che da paesaggio naturale si fa “paesaggio morale”. In tutto Il partigiano Johnny il paesaggio irrompe ad ogni pagina, con la pioggia e il vento, la neve e la luna,  i paesi e i cascinali, i crinali, i boschi, i coltivi, le scarpate, i “rittani” e i fossi. La natura domina l’uomo condizionandone il cammino, le fughe, gli approvvigionamenti, la difesa e gli assalti, i nascondigli provvisori e i lunghi ripari provvidenziali contro i rigori del gelo.

       Mentre in Pavese il territorio è il luogo di arcaiche dimenticate memorie, in Fenoglio è lo scenario in cui si muove l’avventura e in cui l’eroe nella fisicità del corpo e nella concretezza della terra e della morte si eleva moralmente al di sopra di tutto il male del mondo, riscattandolo. Sotto questa luce non potrebbe che aumentare il nostro rispetto per il paesaggio di Langa, come luogo sacro e inviolabile,  da salvaguardare, perché, non dimentichiamolo, è anche il nostro paesaggio morale.