I cinquant’anni di Opera Aperta


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Nel 2012 ricorre il cinquantenario della pubblicazione in volume di Opera Aperta di Umberto Eco, apparso per l’appunto nel 1962. Sono anni in cui la cultura italiana esce dal suo storico provincialismo e si apre al mondo. Si tratta di una raccolta di saggi nati in un clima di grande fervore innovativo nel campo di tutte le arti. Dall’Informale nella pittura, agli esperimenti di musica seriale ed elettronica (Berio, Maderna, Stockhausen, Boulez, Pousseur, Cage), alla poesia dei Novissimi (Porta, Balestrini, Pagliarani). Dopo gli anni del Neorealismo si parlerà di Neoavanguardie, ricollegandosi idealmente, tutte queste nuove tendenze artistiche, alle avanguardie storiche della prima metà del 900 (Futurismo, Astrattismo, Espressionismo, Surrealismo, Dadaismo, ecc.). Opera Aperta suscita immediatamente, e inaspettatamente, un intenso dibattito polemico, e  diventerà quasi il manifesto delle avanguardie letterarie italiane che confluiranno poi nel Gruppo ’63.

Eco prende lo spunto per la sua analisi dalle composizioni di musica contemporanea che contengono gli elementi caratterizzanti di quasi tutta la produzione artistica d’avanguardia fino a tempi recenti. In particolare: l’autonomia esecutiva concessa all’interprete il quale, oltre ad essere libero di intendere secondo la propria sensibilità le indicazioni del compositore (un po’ come avviene nell’esecuzione della musica popolare e nel jazz), deve addirittura intervenire sulla forma della composizione determinando la durata delle note o la successione dei suoni in un atto di improvvisazione creativa.

L’autore vede qualcosa di simile anche nelle altre arti: si pensi ai mobiles di Calder, al Joice di Finnegans Wake dalla struttura apparentemente scombinata, alla poesia della neoavanguardia (il Balestrini dei Frammenti del sasso appeso), ma anche al design moderno, dalle lampade snodabili ai mobili componibili. Le poetiche d’avanguardia si pongono come obiettivo dichiarato la partecipazione diretta del fruitore alla costruzione dell’opera artistica, sfruttando, come nota Eco, un ben conosciuto meccanismo psichico della fruizione estetica che si esplica di fronte a ogni opera d’arte: la tendenza di chiunque a integrare e completare il messaggio estetico che gli viene inviato. Proprio su questa naturale attività si basa ad esempio il piacere della lettura. Ed è quella che Eco definisce “apertura di primo grado”.

Le poetiche contemporanee vanno oltre e cercano di enfatizzare questo meccanismo aprendo nella struttura delle loro opere una ragnatela di possibilità che, non portando mai a un risultato definito, mantengono costantemente aperta l’opera: ed è questa l’“apertura di secondo grado”.

Così, per Eco, tutte le opere d’arte sono “aperte”, nel senso che tutte richiedono in qualche misura l’intervento del fruitore, e questi trova il personale godimento estetico proprio in questa collaborazione: leggendo un romanzo, fa delle previsioni, produce supposizioni sull’andamento della storia prefigurandone gli sviluppi. Se il romanzo è totalmente prevedibile, si dirà che è banale e noioso, ma se il romanzo mette in causa continuamente le supposizioni del lettore, questi sarà costretto ad un continuo aggiornamento delle sue previsioni e dirà che il romanzo è appassionante e avvincente.

Ciò che Eco già intende in Opera Aperta – ricordiamo che siamo nel 1962 -, sconta ancora una certa insufficienza di strumenti teorici, allora basati sull’estetica filosofica, sulla teoria dell’informazione, sulla psicologia transazionale. I formalisti russi, benché attivi negli anni ’30, erano quasi sconosciuti in Italia: ad esempio, Morfologia della fiaba di  V. Propp, scritto nel 1928, uscirà per Einaudi nel 1966. La semiologia è una disciplina ancora agli albori: R: Barthes pubblicherà in Francia gli Eléments de sémiologie nel 1964, e la traduzione italiana uscirà (ancora) per Einaudi (e ancora) nel 1966. Il Corso di linguistica generale di F. De Saussure (datato 1916!) verrà pubblicato solo nel 1970 per i tipi di Laterza.

Tuttavia, pur in assenza di riferimenti così importanti e sostanziali, Opera Aperta costituisce indubbiamente per il panorama culturale italiano una enorme novità, e anticipa la strada che Eco imboccherà con decisione nel quindicennio a venire, che culminerà con il Trattato di semiotica generale del 1975 e con Lector in fabula del 1979. In quest’ultimo testo, che porta per sottotitolo “La cooperazione interpretativa nei testi narrativi”, ritroviamo alcuni dei temi già affrontati in Opera Aperta, ma, ovviamente, con ben altra sistematizzazione teorica.

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In una sostanziale unità di pensiero, che si ricollega alle tesi del 1962, la semiotica offre a Eco i migliori strumenti per capire esattamente il funzionamento della collaborazione del lettore in un testo narrativo, e come il testo postuli sempre tale collaborazione, fino a fare del lettore quasi un co-autore. Quello che in Opera Aperta era il “fruitore”, ora è trasformato in un soggetto “destinatario” dotato di competenza, che mette in campo “enciclopedie” personali, non coincidenti con quelle dell’autore-mittente, che produce inferenze, presuppone contesti e co-testi, si astrae in mondi possibili non esplicitati dal testo; un soggetto, quindi, autonomo, ma che gioca con l’autore in un campo convenzionalmente comune. All’autore-mittente non resta che postulare un destinatario ideale, un Lettore Modello capace di cooperare col testo, che è chiamato dall’opera  a districarsi in un viluppi di nodi o “giunti” creati appositamente per lui per attenderne e stimolarne la cooperazione. E il lettore si costruisce così la propria lettura indipendente.

L’obiettivo della partita tra autore e lettore è la produzione di un risultato clamoroso: il lettore, identificando nel testo strutture profonde, porta alla luce qualcosa che l’autore non poteva voler dire e che tuttavia il testo, nei suoi gangli, sembra esibire con assoluta chiarezza. L’esempio di Sofocle e dell’Edipo è sconcertante. Sofocle non poteva prevedere la lettura di Freud, tuttavia il contenuto profondo dell’opera sembra essere proprio quello visto da Freud. Il Lettore Modello dell’Edipo non è quello che Sofocle pensava, ma quello che il testo si è costruito. Il testo si è creato il proprio interprete.

I testi che Eco definiva “aperti” non sono che lo sfruttamento di un principio di scambio, a fini estetici, che regola sia la generazione che l’interpretazione di ogni tipo di opera artistica. La consapevolezza di questi meccanismi porterà negli anni successivi molti autori a cimentarsi in nuovi sofisticati giochi narrativi, da Calvino con Se una notte d’inverno un viaggiatore, che estremizza la figura del Lettore fino a farne un personaggio, allo stesso Eco con il Nome della Rosa, romanzo che del thriller storico ha solo l’apparenza.