Settembre a Linosa


Foto: Profilo di Linosa all’alba

 

“Isole nella corrente”, viene da pensare di questo minuscolo arcipelago delle Pelagie, dimenticato per anni in mezzo all’irrequieto mare del Canale di Sicilia prima delle dolorose cronache di questi ultimi decenni. Lampedusa è un pezzo di Tunisia strappato alla costa della Grande Madre Africa, una terra secca e calcinata dal sole, dal profilo sottile. Vista all’orizzonte pare una lingua bianca posata sul mare cobalto.

Linosa no. Ancora, se possibile, più solitaria e ignota, Linosa è un vulcano. Un vulcano antico ormai spento, certo, sorto in remoti sommovimenti della crosta terrestre nel titanico scontro tra la zolla africana e la piattaforma continentale europea. Linosa è nera di lava, fertile e verde come Pantelleria. Le colate laviche si sono raffreddate da migliaia d’anni nel mare, ma ancora le si vede come appena eruttate che digradano in gigantesche squame e creste da rettile preistorico. Per certi tratti di costa, battuti dai venti e dalle onde, pare di essere alle Galapagos e ti aspetteresti di vedere fare capolino qualche iguana marina.

Linosa è un’isola difficile. Vi si arriva da Lampedusa con l’aliscafo in un’ora, ma solo d’estate, “se il mare è buono” e soffrendo comunque un po’ di nausea. Il Canale di Sicilia non smentisce la sua fama. Può succedere di restare per giorni ad aspettare prima di partire dall’isola maggiore. Oppure ci si adatta a viaggiare una notte prendendo il postale che giornalmente parte da Porto Empedocle tutto l’anno, ma solo “se il mare è buono”. L’arrivo o meno della nave, per i linosani è uno dei principali argomenti di conversazione, come il clima per gli scozzesi. Ci sono periodi in cui la nave sta in darsena per settimane intere.

Prima che Linosa diventasse la location del film Terraferma di Emanuele Crialese, noi siamo sbarcati il settembre precedente dall’aliscafo di Lampedusa, non senza aver dovuto subire un pernottamento imprevisto, perché “il mare non era buono”. Ad attenderci c’era Francesco Paolo, per tutti a Linosa detto Ciccio Paolo, con un amico. Ciccio Paolo ha più di settant’anni, meravigliosamente sopportati, e non ha la patente. Fa il contadino e ha solo una vespa. D’altra parte a Linosa a che gli serve la patente? Però quando arrivano i rari visitatori che lui ospita si fa accompagnare dall’amico che ha l’auto, per aiutarlo a trasportare i bagagli fino alla casa di campagna. Solo che l’auto è un’utilitaria microscopica e si viaggia stretti come acciughe in barile e con le valigie in bocca. Ma la strada da percorrere non è molta. La prima tappa è in paese, a casa di Ciccio Paolo che ci deve far conoscere sua moglie Gina.

Linosa paese è fatto di una via dritta che conduce al porticciolo, contornata da pochi vicoli laterali. In fondo alla via si è “in centro” e si imboccano le due strade che portano nell’interno dell’isola. Colpisce subito del villaggio la caratteristica delle case, quasi nessuna ha più di un piano e le facciate sono colorate di giallo ocra, rosa, arancio, blu e bianco. Una tavolozza. Dalla casetta gialla di Ciccio Paolo esce una piccola donna vestita di nero che ci abbraccia e ci bacia come figli appena ritrovati. Prendiamo un caffè parlando di tutto come amici di vecchia data. Gina ci racconta dei suoi malanni che contrastano con la sua arguzia vivace e il suo straordinario buonumore. La vorremmo subito adottare come zia. Poi ci si trasferisce nella casa in campagna che dista circa un chilometro fuori paese in una natura ordinata fatta di alberelli bassi, capperi e fichi d’india.

Ciccio Paolo ci spiega l’importanza storica del fico d’india per l’economia locale. File di fichi d’india delimitano i confini delle proprietà, e hanno anche avuto in passato la funzione di recinti vegetali quando a Linosa si allevavano le bestie, mucche principalmente (un altro modo, lo scopriremo, era di tenere le bestie dentro i crateri spenti dei vulcani!). Le succulente pale dei fichi d’india erano poi un ottimo nutrimento per il bestiame,  scarseggiando l’acqua e mancando un altro tipo di foraggio, e le mucche ne sono ghiotte a quanto pare. Inoltre, ancora oggi, sono una valida barriera per gli orticelli contro i venti che soffiano 300 giorni all’anno sull’isola e spazzano via, gelano e bruciano ogni coltivazione. Ora di bestiame non se ne alleva più, non essendo più possibile la macellazione per il consumo locale. Nemmeno arriva più il sensale da Palermo che acquistava ad equo prezzo le pregiate carni e ne faceva commercio redditizio nel capoluogo siciliano. Tentativi di introdurre altre produzioni non sono mancati: da alcune varietà di frumento, alla vite come a Pantelleria, ma il clima e le difficoltà dei trasporti hanno posto ostacoli insormontabili a colture intensive.

La principale coltivazione dell’isola è la lenticchia. Quella linosana è considerata di qualità eccezionale: piccola e ricca di ferro succhiato dalle lave di cui si compone il suolo nero-rossastro degli orti. La zuppa di lenticchie che un giorno ci ha cucinato Gina resterà imperitura nella nostra memoria. Buonissimi anche i capperi (oserei dire i migliori mai assaggiati), che sono una vera esplosione di sapore e si accompagnano perfettamente ad ogni cosa, dall’insalata di pomodorini e cipolle, al coniglio o al pesce.

Ciccio Paolo, come quasi tutti a Linosa, discende direttamente da quelle povere famiglie di contadini e artigiani siciliani che a metà dell’800 furono insediate a colonizzare l’isola per volere dei Borboni che temevano l’eccessiva invadenza degli inglesi in quel tratto di mare. Malta dista appena 80 miglia marine. Non meritano menzione i precedenti stanziamenti storici per la loro scarsa o nulla rilevanza. L’isola è stata poco frequentata ed è rimasta pressoché sempre deserta, in mezzo al Mediterraneo, fin dai suoi remoti tumultuosi natali geologici conclusisi con l’ultimo fuoco d’artificio 2500 anni fa. Pare infatti che la prima battaglia da vincere per i nuovi abitanti non sia stata contro la fame o la sete, ma contro i topi che sono stati per secoli gli unici veri padroni del territorio. Ora di topi non se ne vedono più, e gli unici eccessi demografici sono rappresentati dai conigli selvatici che vengono tenuti sotto controllo dalle numerose doppiette linosane. Ma una fauna singolare arricchisce Linosa di altre peculiarità.

Al calar della notte, soggiornare in mezzo alla natura senza illuminazione pubblica assume uno straordinario fascino. Il firmamento nelle notti senza luna si accende di miliardi di stelle, solcato dalla magnificenza della Via Lattea, e si resterebbe per ore incantati e sopraffatti dalla meraviglia dell’Universo, mentre nell’aria si sentono frulli d’ali e si levano strani gemiti dalla campagna. Voci di anime perdute o pianti di neonati abbandonati? Saranno state così le voci stranianti delle sirene di Ulisse? Nulla di tutto ciò: si tratta di uccelli. Sono le berte di mare, volatili vagamente simili ai gabbiani, che nidificano tra i cespugli e le rocce di Linosa. Di giorno gli adulti vanno al largo a pesca, poi verso il tramonto si radunano davanti alla costa per un po’ di socializzazione, infine la notte si ritirano nell’interno e lanciano i loro richiami.

Si diceva di Galapagos all’inizio non del tutto a caso. Un bel rettile direttamente in arrivo dalla preistoria frequenta Linosa per nidificare nella sabbia nera della spiaggia della Pozzolana. E’ la tartaruga Caretta caretta che qui viene protetta ed osservata da un piccolo centro di biologia marina non dissimile da quello presente a Lampedusa. Una visita al suo ambulatorio veterinario è molto istruttiva. Quando ci siamo stati noi almeno 4-5 esemplari erano ricoverati in infermeria, la quale consiste di alcune vasche in cui nuotano apaticamente i poveri animali sottoposti da giovani ricercatori, per lo più volontari, alle cure necessarie per gli infortuni causati loro dall’uomo: ferite da elica o da amo, problemi di orientamento, indigestione di sacchetti di plastica scambiati per meduse. Il mare di Linosa è molto frequentato dalla specie, e anche a noi è capitato di scoprire sul bagnasciuga una carcassa di tartaruga trascinata ormai priva di vita dalla mareggiata. Ritrovamento che è bene segnalare per il recupero, dal momento che tutti gli esemplari curati sono censiti e monitorati una volta liberati.

Se non ci si limita ai bagni di mare e di sole, ci si può dedicare alle escursioni: si può affittare una bicicletta o un motorino, tuttavia noi consigliamo di girare per l’isola a piedi. Ci sono circa 5 chilometri di strade asfaltate che offrono scorci incantevoli ad ogni passo, e si può camminare per ore senza i disturbi di un traffico eccessivo. Poi alcuni facili sentieri portano in cima ai tre coni vulcanici dove ammirare le bocche dei crateri spenti, immaginando come potevano presentarsi quando il vulcano era in piena attività, e da cui contemplare a 360° lo splendido panorama dell’isola e del mare circostante. Le ore migliori sono ovviamente l’alba per il cono est e il tramonto per il cono ovest. Su due cime vi sono le vedette della ex Dogana, oggi utilizzate dalle guardie forestali per avvistare gli eventuali incendi. Le pendici delle montagne sono state negli anni rimboschite con il pino di Aleppo, specie non autoctona e portatrice anche di una malattia che ha attaccato i fichi d’india, al punto che per mangiare un buon frutto è meglio attendere il banco del verduriere che arriva ogni mercoledì con la nave, “se il mare è buono” ovviamente. Tuttavia i pini di Aleppo rendono verdeggiante l’aspetto dell’isola e non richiedono troppe cure. Molti isolani prestano servizio a periodi alterni per il corpo forestale, tenendo i sentieri puliti e coltivando come un giardino l’ambiente naturale. E’ un modo per dare un po’ di lavoro e una motivazione per restare su un’isola così difficile e dall’economia asfittica. Ciccio Paolo è riuscito a non emigrare lavorando alcuni anni come dipendente del dissalatore che rifornisce l’acquedotto, ma tanti non hanno potuto fare altro che fuggire. La campagna offre solamente quanto è appena sufficiente per il fabbisogno familiare, così come la pesca, che è praticata più che altro per hobby, senza quel minimo di organizzazione industriale presente ad esempio a Lampedusa. I linosani sono arrivati come coloni contadini, gente di terra, e tali sono rimasti.

Ma essi amano la loro isola, così come essa ha subito incantato anche noi, dandoci la sensazione di essere in un qualche posto non dissimile dall’archetipo del Paradiso Perduto o dell’Età dell’Oro di cui tutti sentiamo l’indefinibile nostalgia. La visita del piccolo cimitero in riva al mare ci dà lo specchio della piccola comunità, con i pochi cognomi che si ripetono, le semplici tombe bianche, il silenzio rotto solo dal suono delle onde e del vento. Anche qualche forestiero ha ottenuto di venirvi a riposare alla fine dei suoi giorni. A Linosa i tramonti sono spesso spettacolari e struggenti, ma senza malinconia. Poi, per nostra fortuna, Ciccio Paolo e Gina venivano a trovarci in campagna per cenare insieme sfornando fantastiche pizze che abbiamo ricambiato con un piemontese piatto di peperoni in bagna caoda, molto apprezzato!

Lasciare l’isola all’alba, dopo aver atteso trepidanti la nave, incerti per il tempo a fine settembre, quando l’aliscafo non viaggia più perché il mare non è quasi mai buono, è uno strazio. Abbracciamo senza troppe parole Ciccio Paolo e Gina con la promessa di mantenere i contatti. Si va a Lampedusa a prendere l’aereo per Catania. Linosa si allontana a poppa e ne guardiamo il profilo fino a vederla scomparire tra la bruma.


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