Rassegna di arte, musica e letteratura in Sicilia, comuni della Valle del Torto, 1-7 agosto 2021

Le mie date siciliane sono queste:

Palermo 31 luglio, h 21 – Libreria Prospero / Enoteca letteraria con Cinzia Orabona, il regista Pasquale Scimeca e il maestro Vincenzo Ognibene, in una serata dedicata al mio romanzo “Un’altra estate” e a “Voglia di notte” di Giuseppe Giovanni Battaglia

Rassegna “Nella valle dei racconti”:

2 agosto, h 18,30 – Aliminusa, Parco Letterario Battaglia, con Vincenzo Ognibene, presentazione romanzo “Ultima Esperanza” (Edicola Ediciones)

4 agosto – Cerda, h 21, cortile Istituto Comprensivo Luigi Pirandello, con Patrizia D’Antona (letture), Mauro Cottone (violoncello), Vincenzo Ognibene, serata dedicata a Pino Battaglia e al romanzo “Voglia di notte”

6 agosto – Cerda, h 19,30, cortile Istituto Comprensivo Luigi Pirandello, con Vincenzo Ognibene e Edizioni Arianna , presentazione di “Un’altra estate”.

News

Un’altra estate


Nuova edizione del romanzo UN’ALTRA ESTATE per Edizioni Arianna

Copertina e introduzione di Vincenzo Ognibene

Due ragazzi, lui piemontese delle Langhe, lei siciliana delle Madonie, accomunati dalla medesima identità contadina. Una vicenda che si sviluppa nell’arco degli anni Sessanta, quando tutto nella società italiana sta cambiando velocemente, nel costume, nel lavoro, nei rapporti famigliari, nella visione esistenziale. Le trasformazioni, dall’antica e immutabile civiltà contadina alla moderna società urbana e industriale, sono così rapide e profonde che i due stentano ad adeguarsi, ma vogliono provarci con ostinazione. Lo sfondo sociale del romanzo affiora costantemente attraverso il loro progressivo avvicinamento e allo sbocciare di una delicata storia d’amore che, metafora dell’intero Paese, costituirà una scommessa per il loro (e nostro) futuro.

Di vicende della dolente Italia contadina anni sessanta – siciliana o piemontese che sia – ce ne son state tante, e una in più potrebbe sembrare superflua. Ma non lo è “Un’altra estate”, storia toccante, altamente simbolica e unica nella velocità con cui vicende e generazioni si susseguono con impetuosa pacatezza. La leggi in un soffio questa doppia narrazione, poetica, malinconica e realistica insieme, tutta ricchezza di sfumature e mitico buon senso. La terza prova letteraria di Paolo Cuniberti è un romanzo oggi controcorrente, dalla scrittura concisa e visiva. Le parole si raddensano, pesano, avvincono, hanno una reale forza evocativa. E alla fine di ogni pagina ti son passati sotto gli occhi destini epocali. Quel che colpisce è la sostanza della gente semplice di cui si parla, che riesce a riagguantare la vita ad ogni rovescio. Ha qualcosa di eroico la lotta per la sopravvivenza ingaggiata dai protagonisti grazie all’abitudine alla fatica. In scenari differenti, i nipoti applicano le stesse massime dei nonni, che non eran certo dissimili da loro. Commovente il parallelo fra le povertà del sud e quelle del nord, spinte rabdomanticamente a una fusione fatale, quasi una consolazione dovuta. L’amore possibile fra una sfortunata ragazza del sud e un ancor più sfortunato ragazzo del nord sono l’archetipo stesso del senso profondo dell’Unità d’Italia. Può darsi che il libro mi abbia colpito perché ho avuto occasione di conoscere di striscio tanto il mondo contadino siciliano quanto quello piemontese, ma la capacità di ricrearne l’immagine con tale efficacia è tutta nella prosa di questo scrittore che pochi leggono, ma che per me è già un classico formativo da consigliare alla gioventù.” (recensione di Franco Pulcini)

Presentazione/intervista su Radio Banda Larga:
https://www.mixcloud.com/radiobandalarga/easy-livin-22nd-june-2021/?fbclid=IwAR36R1VN-74dZ79oz4b12jU-1MvgXxRN013l9Kp3bb0P_ghYoI9k9GvwkF4

Recensione dal blog di Pina Bertoli “Il mestiere di leggere”:
https://ilmestieredileggereblog.com/2021/02/15/paolo-ferruccio-cuniberti-unaltra-estate/

In libreria e in shop online

L’abolizione della morte – Racconto.


L’abolizione della morte

I

Nel mio ruolo di storico, o, meglio, di testimone della memoria storica, mi è stato chiesto di raccontare per i posteri, se ve ne saranno, come si è giunti alla drammatica situazione che stiamo vivendo oggi, nell’anno 2231. Per andare alla radice del problema dovrò risalire a quasi tre secoli addietro, perciò chiedo un po’ di pazienza.

Il cambiamento probabilmente era già iniziato a partire dagli anni Cinquanta del 1900 con quella generazione di giovani che non aveva partecipato alla seconda guerra mondiale e che negli USA esprimeva poeti, scrittori, artisti, musicisti, teppisti. La chiamarono Beat Generation. Ma il processo si palesò in tutta la sua forza innovativa, e con effetti di massa dilaganti in tutto il mondo, nel decennio successivo. Era una ribellione che aveva radici in una miscela di suggestioni filosofiche, politiche, esistenziali, musicali. Si cominciò a parlare concretamente dei giovani come categoria sociale e del problema della condizione giovanile. Si precisò anche un concetto più definito di adolescenza come status non collegato esclusivamente al solo periodo dello sviluppo sessuale. Si chiarirono bisogni e attese di quell’età compresa pressappoco tra i tredici e i diciannove anni, i teenager, come li definivano gli angloamericani con le loro spesso efficaci sintesi lessicali. Un fatto mai avvenuto prima nella storia: fino ad allora si concepivano solo l’infanzia, l’età adulta, la vecchiaia, le tre età dell’uomo, con ruoli scanditi da riti di passaggio e rigidamente delineati. Nessuno aveva mai pensato all’esistenza di un’altra età di mezzo col suo fardello di problemi e di diritti. Mai prima si sarebbe immaginato che i giovani avrebbero respinto e deriso la saggezza degli anziani, o che si sarebbero ribellati ai padri. Nel 1965 un gruppo rock, gli Who, scrisse un pezzo, My Generation, in cui un verso scioccante diceva “spero di morire prima di diventare vecchio”. I giovani lo cantarono tutti a perdifiato. Il filosofo Herbert Marcuse intravide proprio nella vitalità ribelle del  mondo giovanile la sorgente di quella rivoluzione che avrebbe portato l’immaginazione al potere. Perché l’immaginazione, la fantasia, era prerogativa della nuova generazione, contro l’autoritarismo e la repressione ottusa di quel vecchio potere che restava in via esclusiva nelle mani degli anziani. L’immaginazione al potere fu uno degli slogan del 1968, il primo grande tentativo di una generazione intera di rovesciare quella precedente. Ci fu in quell’anno negli USA, al tempo della rivolta all’università di Berkeley, anche un agitatore della sinistra radicale, un certo Jerry Rubin, trentenne, che coniò lo slogan “Non fidarti mai di nessuno che abbia più di trentacinque anni”. E, d’altra parte, come fidarsi di quella generazione che aveva prodotto fascismo e nazismo, scatenato una sanguinosa guerra mondiale, inventato lager e gulag, sganciato la bomba atomica, invaso il Vietnam e sostenuto regimi totalitari in tre quarti del mondo? Rubin aveva azzardato molto, avendo già compiuto i trent’anni, infatti nel 1976, giunto all’età di trentotto, scrisse il libro Growing (Up) at Thirty-Seven [Crescere fino ai trentasette], le sue memorie di attivista rivoluzionario, che fu tradotto significativamente in Italia con il titolo Uccidi il padre e la madre. Rubin divenne poi un uomo d’affari (ma senza rinnegare i suoi trascorsi) e morì a quarantotto anni per un incidente d’auto. Anche Pete Townshend degli Who, che cantava la speranza di morire prima di invecchiare, è invece invecchiato tranquillamente. È ovvio che si trattava di provocazioni, ma intanto un seme era gettato. Si creò una tendenza psicologica e sociale secondo la quale coloro che erano stati adolescenti ribelli in quei decenni restavano tali nello spirito. Si parlò di sindrome di Peter Pan, di rifiuto di crescere, di eterni ragazzi. La critica marxista fece scudo e tentò di ricondurre questa inedita forma di ribellione alle tradizionali categorie della lotta tra classi sociali. Ma i tempi erano cambiati. L’idea aveva trovato terreno fertile, e peraltro non era nemmeno una novità giacché da millenni l’umanità sognava l’eterna giovinezza e l’immortalità da conseguire mediante pratiche magiche, elisir alchemici, fontane miracolose, patti diabolici e via discorrendo, ma la nascente era tecnologica moderna cominciava a fornire l’illusione molto realistica di poter contrastare la vecchiaia e procrastinare la morte. Gli studi scientifici erano tutto sommato recenti e progredivano di anno in anno: soltanto da meno di un secolo si erano individuate le cause di molte malattie, la funzione di virus e batteri, i farmaci per contrastarli e l’introduzione dei vaccini. Grazie a queste scoperte, malattie endemiche come peste, vaiolo, colera, poliomielite, morbillo, mietevano sempre meno vittime e stavano diventando poco più che un ricordo, al punto che alcuni pensavano addirittura si potesse fare a meno della medicina per tornare ai rimedi delle nonne. Naturalmente non era così, e, anzi, gli studi progredirono negli anni successivi arrivando a contenere e infine debellare numerose altre disfunzioni dell’organismo,  dalle malattie cardiovascolari e genetiche ai tumori. L’insorgenza di nuove patologie causate da mutazioni virali, come AIDS, Ebola e varie altre specie di virus, poteva creare crisi momentanee, ma alla fine tutte venivano messe sotto controllo con relativa rapidità. Il miglioramento della salute e delle condizioni di vita aveva portato gradualmente ad un prolungamento dell’età degli anziani. La vecchiaia cominciò a essere sentita come un problema solo all’approssimarsi dei novant’anni, al punto che, a dispetto dei sogni degli anni Sessanta del Novecento, molti uomini ai vertici del potere rasentavano età più che rispettabili. Ma l’obiettivo di molti non era solo quello di invecchiare il più a lungo possibile in salute, ma anche quello di apparire sempre giovani, possibilmente con lo stesso aspetto che si aveva da adolescenti o poco più. Tutto ciò ebbe particolare incremento anche in seguito a una dimensione sempre più estesa dei mezzi di comunicazione audiovisiva: la necessità frequente, per ogni ceto sociale, di apparire sullo schermo della TV divenne quasi un’ossessione. La proliferazione delle emittenti televisive, l’avvento di internet, l’introduzione di piattaforme digitali con la moltiplicazione all’infinito dei canali televisivi, la pervasività dei numerosi social network che, facendolo sentire come un diritto anziché un’opportunità, consentivano a chiunque, con uno strumento semplice come un vecchio telefonino, di fare fotografie e filmati da rendere immediatamente visibili in rete o di organizzarsi autonomamente trasmissioni in diretta streaming, stavano consolidando quella società pop dell’immagine che avrebbe condizionato irreversibilmente gli sviluppi successivi. Tutto sarebbe passato attraverso le immagini, dai fornelli della cucina alle dichiarazioni politiche sul terrazzo di casa, smaterializzando la necessità del reale a favore dell’informale virtuale, verso un generale livellamento dei valori e dei meriti in una sorta di democrazia piatta. Si stavano avverando per tutti quei “quindici minuti di celebrità” profetizzati dall’artista Andy Warhol. Di pari passo ebbe grande diffusione l’uso di prodotti cosmetici sempre più raffinati e mirati, l’abitudine di frequentare con assiduità gli istituti estetici, i centri per massaggi rinvigorenti, le palestre e ogni tipo di attività sportiva anche estrema, oltre al ricorso a interventi di chirurgia correttiva che restituivano un’apparente nuova freschezza alla pelle. Donne e uomini di sessant’anni ne dimostravano trenta. Jerry Rubin aveva vinto: nessuno avrebbe avuto più di trentacinque anni. La morte divenne un orizzonte sempre più lontano, un fastidio che andava rimosso, una sfida alla vita. Si cominciò con l’eliminazione progressiva dei riti funebri, riducendoli a un breve accompagnamento tra pochi affini all’incinerazione delle salme. Si diffuse l’uso di spargere le ceneri in natura e si eliminarono poco alla volta tombe e cimiteri. La memoria dei defunti si ridusse a un fatto intimo privo di atti simbolici, nessun rito collettivo accompagnava il passaggio all’aldilà. Il filosofo francese Jean Baudrillard aveva osservato che questa liberazione dall’idea della morte era proceduta parallelamente a una liberazione della sessualità che non aveva più nulla a che fare con l’ideale di amore libero degli anni Sessanta di quel secolo, ma era uno svincolarsi oggettivo della sessualità dalla necessità riproduttiva, cui si sopperì in seguito, come è noto, con la diffusione della pratica della fecondazione in vitro prima, e della clonazione poi. Sul piano sociale e culturale tutto ciò iniziò a rappresentare una inedita e sconvolgente svolta per la mente umana, ma dal momento che il processo si era avviato non sarebbe  stato più possibile recedere.

II

La vera sfida si presentò a partire dalla metà degli anni trenta del nuovo secolo, circa duecento anni fa, per dare risposta a un interrogativo fondamentale: così come la nascita è diventata un evento governabile, la morte può essere considerata un male curabile? Naturalmente molti uomini di scienza si erano posti da tempo un tale quesito e gli studi teorici e di laboratorio erano in corso, sebbene poco sostenuti da finanziamenti pubblici, poiché si sa che l’ordinaria miopia statale delle nazioni, allora come oggi, non contempla altro che il quotidiano, perciò ogni ministero della salute, con le sempre scarse risorse a disposizione spesso male indirizzate, non poteva che considerare banalmente la morte come un fatto ineluttabile. All’alba del millennio si era a conoscenza di esperimenti sui ratti eseguiti presso l’equipe di David Sinclair all’Harvard Medical School di Boston, con sostanze che tendevano a inibire a livello molecolare l’invecchiamento delle cellule. Ma si trattava, naturalmente, di studi pionieristici su una strada ancora tutta da percorrere e circondata da scetticismo. Qualcuno disse: «Non siamo ancora riusciti a limitare l’invecchiamento delle automobili, figuriamoci con il corpo umano!». Poi, ancora una volta, paradossalmente, fu una spinta dal basso, pop, a dare impulso alla ricerca. Era trascorso qualche decennio e la ricerca in quella direzione era stagnante, quando, nel 2053, un gruppo over-punk britannico, oggi quasi dimenticato, che si chiamava Today and Tomorrow, fece un grande successo con un brano, Against God, dirompente sia per i suoni insoliti dell’elettronica, ma accattivante nei riff, sia per il testo che aveva caratteristiche quasi blasfeme ed eversive, e in cui ricorreva un verso che diceva “Dio hai sbagliato i tuoi conti, smetteremo di morire”. Niente di eccezionale dal punto di vista letterario, in effetti, e non indicava alcuna strada, ma per gli imperscrutabili meccanismi con cui si spandono a volte le idee quando trovano un contesto fertile, quel verso ebbe il potere di suggestionare folle di adolescenti e da questi di creare una moda, un comune sentire, e un movimento di opinione piuttosto forte, sia nel mondo dello show business, sia in alcune influenti frange politiche, che pretendeva stanziamenti consistenti per cercare una soluzione al problema della morte. Ingenti contributi privati affluirono ad alimentare un fondo per la ricerca. Per gli scienziati di tutto il mondo, ieri come oggi, niente è più stimolante del denaro e della competizione per raggiungere rapidamente dei traguardi. E fu ciò che avvenne. Molti si resero conto che la strada farmacologica su cui si era avventurata una parte dei laboratori di ricerca non avrebbe portato lontano. Tutto ciò che si poteva ottenere era un ulteriore rallentamento dell’invecchiamento, peraltro sempre benvenuto,  tramite degli inibitori del metabolismo cellulare, ma non poteva essere la soluzione definitiva. Altri batterono la via della manipolazione genetica, e fu la scelta vincente. Le tecniche ormai acquisite, sempre più sofisticate, della fecondazione in vitro e della clonazione, condussero in breve ad introdurre modifiche genetiche agli embrioni dei ratti che diedero risultati sbalorditivi. La vita media di un topo da laboratorio è di circa uno-due anni, mentre gli animali trattati con la nuova tecnica, smisero di morire. Unico inconveniente: nascevano individui sterili. L’annuncio fu dato per primo da un laboratorio cinese. Naturalmente la prova certa si ebbe solo dopo un certo numero di anni, ma intanto, superato di tre volte il limite di sopravvivenza dei ratti, poterono uscire le prime conferme con articoli sulle riviste scientifiche che fecero grande clamore. Una parte dell’opinione pubblica chiamò in causa i consueti aspetti di carattere etico-morale, ma il movimento che pretendeva la soluzione al problema della morte ebbe senz’altro il sopravvento. Il giovane filosofo transumanista italiano Ermete Caccia, guru delle nuove generazioni, rifacendosi al pensiero di Nietzsche ebbe a dichiarare che si inaugurava finalmente una nuova età per l’uomo, e che la sfida a Dio – omettendo di citare il verso dei Today and Tomorrow – era ormai aperta. Scrisse anche un libro nel 2070, caratterizzato da un linguaggio piano e comprensibile, che ebbe ampia tiratura e numerose ristampe: Da homo sapiens a homo deus. Prolegomeni a una scienza liberata dalla metafisica. Per evidenti ragioni tecniche sarebbe stato impossibile concedere ai già nati questa nuova possibilità, ciononostante partirono immediatamente forti pressioni per iniziare la sperimentazione su larga scala. E infine si avviò quella sull’uomo che fu finalmente autorizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità superati alcuni aspetti giuridici grazie ad apposite legislazioni emanate in alcuni paesi, dal Giappone, all’Olanda, alla Svezia, agli USA e la Cina stessa. Più attendisti furono i paesi cattolici, per ragioni che è superfluo spiegare, e la Gran Bretagna che era alle prese con una grave crisi politica interna a causa di complicati rapporti economici con l’Unione Europea e con il separatismo della Scozia. Altri aspetti tecnici richiedevano inoltre maggiori certezze, poiché i geni modificati dovevano consentire il regolare funzionamento degli ormoni della crescita, cessata la quale, al raggiungimento dell’età adulta mediamente collocata intorno ai venti anni (ovvero quando l’organismo cessa di secernere tali ormoni), l’individuo si doveva stabilizzare. Non c’era nemmeno certezza se a lungo andare sarebbe comunque sopraggiunto un deperimento generale dell’organismo benché progettato per durare (e ancora oggi non lo sappiamo, in effetti, perché a distanza di molti anni nessuno è mai deceduto per cause naturali). Seguì ancora una lunga fase sperimentale sui cani e sulle scimmie in seguito ai cui risultati confortanti si poté decidere di passare agli esseri umani. Si lavorò parallelamente in tre laboratori, in Asia, in Europa e in America utilizzando inizialmente embrioni congelati di donatori sconosciuti. Si era intanto giunti al giro di boa del XXII secolo. Oggi possiamo dire che quella sperimentazione ebbe completo successo e che tutti gli individui creati in laboratorio superarono i precedenti limiti biologici. Io sono uno di loro e ho adottato un cane, nato ventun anni prima di me, che resterà fedelmente al mio fianco finché non decideremo di sopprimerci per stanchezza di vivere. Ma questo è un altro argomento.

III

Io sono nato nel 2101 dal ventre di una sconosciuta volontaria olandese, perciò oggi ho 130 anni e sono, e sarò per sempre, nel gruppo dei più longevi su questa terra, salvo gli imprevisti di cui parlerò più avanti. La nuova frontiera della riproduzione umana aveva aperto scenari assolutamente inediti e andava affrontata con ponderazione. Inutile dire che la maggioranza volle che i propri discendenti possedessero le nuove caratteristiche genetiche, e sarebbe perciò stato impensabile creare disparità tra gli esseri umani, tra brevitermine  e lungotermine, shorterm e longterm,  (così furono definiti, perché le parole mortali e immortali suonavano non politicamente corrette, oltre al fatto che  si voleva escludere il concetto di morte dal vocabolario). Era chiaro che i longterm avrebbero in breve dominato il mondo e che gli shorterm avrebbero rischiato il divenire una classe subalterna e sfruttata nel corso della loro breve vita. Occorrevano accordi internazionali e una legislazione che governasse la transizione. Venne promulgata una nuova Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che affermava il diritto inalienabile per ogni essere umano di non morire. Non vorrei dilungarmi troppo sugli innumerevoli aspetti giuridici che andavano valutati a cominciare dall’obiezione di coscienza che venne sostanzialmente proibita sancendo l’obbligo erga omnes di mettere a disposizione i propri embrioni per il trattamento genetico. Fu accordato inoltre il diritto per chiunque di ricorrere per incontestabile scelta personale al suicidio assistito qualora, a lungo andare, il troppo vivere divenisse insopportabile. Si mise mano al diritto di famiglia, con particolare riguardo al tema delicato delle successioni (si stabilì l’abrogazione di tutte le norme successorie per linee di parentela e l’obbligo del testamento per lasciti discrezionali). Le nascite furono strettamente contingentate per non sovraffollare un pianeta già peraltro al limite della capienza. Poiché la morte restava sempre un’opzione possibile, vuoi per scelta, vuoi per accidente, si stabilì un rapporto 1:1 tra deceduti e nascituri, sebbene da più parti si fosse insistito per approfittare dell’occasione per ridurre la popolazione della terra, ma al riguardo si prospettavano altre soluzioni che tratterò più avanti. Ogni decisione fu oggetto di ampie discussioni tra giuristi, scienziati, teologi (questi ultimi convinsero le gerarchie ecclesiastiche che il sacro concetto del diritto alla vita avrebbe finalmente trovato la sua più alta espressione). Nella maggioranza dei paesi a regime democratico ogni pacchetto di provvedimenti venne sottoposto ad approvazione con referendum popolare. Furono poste regole al potere politico (e non fu facile) per evitare che taluni sedessero sugli scranni parlamentari per secoli. La questione non si poneva per i regimi totalitari, dove, con apposite riforme costituzionali, alcuni presidenti  garantirono ai nipoti la permanenza al potere per l’eternità. La legislazione fu sempre volta a mettere in rilievo tutti i vantaggi per le future generazioni, eliminando uno alla volta tutti i possibili ostacoli. Il corpus legislativo ebbe comunque una base di accordo comune e fu denominato Patto Internazionale per il Diritto alla Vita, ma ovunque la gente lo chiamò semplicemente “abolizione della morte”. Sicuramente uno dei temi più complessi da definire, che ho appositamente lasciato per ultimo, riguardò il diritto del lavoro e la riforma del sistema pensionistico. Le discussioni furono accese e controverse. Nei tavoli di lavoro tra governi e organizzazioni sindacali si assistette a vere e proprie risse. Si giunse, come era ovvio, a una soluzione di compromesso. Per evidentissima ragioni, nessuno sarebbe stato disposto a lavorare per l’eternità, tanto più che a quel momento ancora non vi erano certezze comprovate sull’effettiva durata dell’esistenza con il nuovo corso biologico, oltre al fatto che la vita a tempo indefinito non escludeva la morte per un qualche accidente: tanto più durava l’esistenza, tanto più poteva essere probabile un incidente mortale prima o poi. Ma si poteva forse far lavorare qualcuno a tempo indeterminato sino a che non sopraggiungeva un qualche evento nefasto a interromperne la vita? E che dire del welfare? Si poteva immaginare che ci si pagasse una rendita vitalizia per una manciata di decenni e poi di campare in pensione per alcuni secoli? Era evidentemente un sistema inammissibile. La soluzione più ragionevole, introdotta in via sperimentale, consistette perciò nell’alternare lunghi periodi di lavoro a lunghi periodi di riposo. Si stabilì prima di tutto che l’educazione degli individui avrebbe avuto una durata maggiore attraverso un approfondito percorso di studi e di apprendistato che doveva protrarsi per non meno di trent’anni, dopodiché si poteva accedere al mondo del lavoro in via definitiva. Ognuno, per qualsiasi occupazione, avrebbe dovuto lavorare per non più di quarant’anni, durante i quali avrebbe accumulato una rendita che gli doveva consentire di godere di un periodo di inattività di almeno vent’anni. Poi si sarebbe nuovamente inserito nel ciclo produttivo per altri quarant’anni. Aumentare il periodo della pensione fino a una durata pari agli anni di lavoro avrebbe richiesto un accantonamento contributivo troppo elevato sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Sebbene secondo i calcoli di alcuni esperti (ricordo in particolare il libro del matematico israeliano Ben Ysra, Cabbala e lavoro, profezie per un fallimento, Tel Aviv, 2121) venisse dimostrata l’insostenibilità del meccanismo, si decise di procedere comunque, trattandosi di una fase sperimentale a cui si sarebbero potuti introdurre aggiustamenti successivamente, visto che il problema non si sarebbe posto che a fine secolo. La questione si rivelò in effetti più complessa del previsto, sia sul piano economico che su quello sociale. In pratica, si crearono due effetti: il primo, che il rientro al lavoro dopo soli vent’anni non garantiva di ritrovare la disponibilità di un posto, dal momento che intanto gli occupati saturavano già il mercato in attesa del loro turno di pensione. Era evidente che, salvo una improbabile espansione produttiva, si sarebbe potuto anche in questo caso consentire solo un ricambio 1:1, fuori uno, dentro un altro. In breve tempo sarebbe salita in maniera esponenziale la quantità dei disoccupati in cerca di reinserimento e senza alcun ammortizzatore sociale, cosa che puntualmente avvenne sul finire del secolo. Inoltre, cosa anche più drammatica, fu la reazione psicologica di molti che, dopo aver lavorato quarant’anni ed essersela goduta per venti, sempre giovani e in buona salute, non avevano la benché minima voglia di riprendere una routine di lavoro. Si venne così a creare una certa fascia di disagio sociale che ebbe il suo apice nel movimento mondiale degli Immortal Wild Bikers (IWB), gente che viveva di espedienti scorrazzando su enormi veicoli a due ruote con atteggiamenti violenti e antisistema. Il loro inno era un pezzo ultra-metal che, paradossalmente, invocava la morte con versi inequivocabilmente satanici.

IV

Ma sin qui ho trattato solo della fase di avvio del nuovo corso demografico, il quale andava di pari passo con il progredire della scienza e della tecnologia. Facciamo un passo indietro. Sin dagli anni Quaranta del Duemila, all’incirca, erano iniziate le prime spedizioni umane all’interno del nostro sistema solare. Come ben si sa, la colonizzazione di Marte non fu facile, né rapida, né considerata veramente strategica alla resa dei conti. Fu però sicuramente utile per il progresso tecnologico che aveva comportato lo stabilire lassù alcune basi marziane per un manipolo di ricercatori. Quel pianeta sterile e sassoso offriva ben poco altro: un laboratorio di studi scientifici, l’individuazione di vene minerarie di scarso pregio, il cui costo di estrazione e trasporto sarebbe risultato proibitivo. Inoltre, il viaggio di andata e ritorno era di una lunghezza esasperante rendendo il trasporto dei materiali e degli approvvigionamenti tra i pianeti estremamente diseconomico. Ma, come spesso avviene nelle fasi di progresso dell’umanità, quando sembra che tutto ciò che appariva immutabile improvvisamente comincia a correre, negli stessi anni in cui si mettevano a punto le ricerche genetiche per vincere il problema della morte, la scienza e la tecnologia astronautica compirono un altro balzo con lo studio di fattibilità, e in seguito la realizzazione, di un propulsore basato su una nuova fisica della materia che consentiva un’accelerazione fino ad allora inimmaginabile a veicoli spaziali di qualsiasi massa. Basti dire che un viaggio verso il pianeta rosso richiedeva in precedenza da sette a nove mesi alla velocità inerziale di appena 40.000 chilometri orari, mentre con i nuovi propulsori la medesima distanza, come sappiamo, poteva essere coperta nel giro di pochi giorni. Si era nell’anno 2104, quando io avevo appena tre anni e iniziavo il mio percorso scolastico compitando lettere e numeri e risolvendo le prime semplici equazioni per bambini delle scuole materne. Il premio Nobel fu assegnato quell’anno all’intero staff di fisici del CERN di Ginevra che festeggiava tra l’altro anche il suo centocinquantenario della fondazione. La relazione a Stoccolma fu tenuta dal direttore del CERN Mohammed bin Hakim, poi pubblicata, con un corredo di altri interventi di eminenti scienziati, col semplice titolo di Inshallah. Era ora! (Parigi, 2105). All’entusiasmo di una tale conquista, seguì tuttavia la perplessità circa la reale utilità di raggiungere quel sasso inservibile con maggior frequenza. Occorre aggiungere che all’epoca si era enormemente aggravato il problema del sovraffollamento della Terra, la cui popolazione sfiorava ormai i quindici miliardi, e dell’esaurimento delle risorse. Era impellente la necessità vitale di far traslocare da qualche parte una bella fetta di popolazione. Fortunatamente nemmeno gli astronomi erano nel frattempo rimasti con le mani in mano. L’esplorazione dello spazio profondo e la ricerca di nuovi sistemi solari tra un centinaio di stelle più vicine al nostro Sole era in fase molto avanzata. Sonde venivano lanciate fuori dal sistema solare e scandagliavano lo spazio con strumenti sempre più sofisticati. Infine si individuò una stella di piccole dimensioni, non visibile a occhio nudo dalla Terra, attorno alla quale orbitavano ben quattro esopianeti nella cosiddetta zona abitabile, né troppo vicini né troppo lontani dal loro Sole, insomma. Dalle analisi risultò che almeno uno doveva avere caratteristiche assai simili alla Terra, per dimensioni, per abbondanza di acqua e certamente con un’atmosfera a base di azoto e ossigeno. Lo si chiamò senza troppa fantasia Novaterra. La notizia, divulgata dall’Ente Spaziale Internazionale nel 2108, suscitò una nuova ondata di attese. Un noto gruppo musicale post-romanthic-metal, i Death Travellers, scrisse un singolo di grande successo dal titolo My home is far away in cui si faceva esplicito accenno alla voglia di mollare tutto (ho usato un eufemismo, letteralmente dicevano “fuck up the world”) e partire verso una nuova casa tra le stelle. La cantavano anche gli astronauti delle stazioni spaziali e delle basi lunari e marziane. Non si può dire che si fosse creato questa volta un vero movimento di pressione o un partito specifico per l’emigrazione. Fatto sta che i governi, anticipando l’opinione pubblica e i tempi, che erano d’altra parte ormai maturi, furono subito dell’avviso di avviare un programma di esplorazione umana. Unico dettaglio: pur con tutta la nuova avanzatissima tecnologia, fatti tutti i calcoli e pur perfezionando oltre misura i mezzi disponibili, il viaggio andata e ritorno per Novaterra avrebbe richiesto non meno di ottant’anni. La durata media della vita di un uomo shorterm in quel momento. Ma, come già ho detto poc’anzi, vi sono periodi in cui l’intero progresso dell’umanità compie un balzo e, inaspettatamente, avanza su più fronti allo stesso tempo. La soluzione fu semplice e convergente: a bordo dell’astronave sarebbero andati i nuovi nati longterm. Partirono nel 2123.

V

Il pianeta fu raggiunto ed esplorato accuratamente. I dati e le immagini che ci giunsero dopo qualche decennio, raccontavano di un mondo straordinario, ricco di acqua, di vegetazione, di fauna meravigliosa, e parevano degni dei resoconti degli antichi navigatori del Cinquecento che andavano scoprendo il Nuovo Mondo. Tutta la popolazione terrestre, ormai composta al cento per cento da longterm, fremeva impaziente alla prospettiva che al più presto si sarebbero avviati i programmi per far emigrare i primi pionieri, ma si attese il rientro della spedizione che avvenne nel 2204 tra grandi festeggiamenti. Con il loro carico portarono semi, pianticelle, qualche piccolo animale, alcune strane creature volanti, non propriamente uccelli, ma più precisamente alcune varietà di piccoli mammiferi simili a  marsupiali di aspetto molto grazioso e colorato. Dopo alcuni speciali televisivi che diedero conto di tutto ciò, l’equipaggio e ogni altra creatura vivente sbarcata furono sottoposti a rigorose quarantene e a controlli in inaccessibili laboratori segreti nel Kazakhistan. Tutto andò per il meglio per un anno e già si facevano piani per il trasferimento dei coloni su Novaterra. Il problema del sovraffollamento e del lavoro mancante rendeva urgente trovare al più presto uno sbocco, perciò moltissimi disoccupati si offrivano volontari. Poi avvenne qualcosa che sulle prime non destò un grande allarme. Una delle analiste russe del laboratorio kazaco, tale Irina Pugacheva, dopo aver esaminato per alcuni mesi l’apparato intestinale dei marsupiali volanti, sembrò dare strani segni di squilibrio e assassinò il suo direttore, Vincent van de Korput, a colpi di micidiali rasoiate di bisturi. Fermata in stato confusionale, non seppe dare motivazioni al suo gesto, né mostrò di riconoscere più alcuno dei suoi colleghi e collaboratori con cui fu messa a confronto. Il caso fu archiviato rapidamente come un increscioso accesso di follia. Senonché iniziarono a manifestarsi altri inspiegabili casi di perdita di memoria selettiva all’interno del laboratorio e ben presto anche al di fuori di esso. Le persone avevano difficoltà a riconoscere i propri simili, anche quando appartenenti alla ristretta cerchia di amici intimi e familiari, mentre tutti continuavano a presentare buoni ricordi della propria vita passata e delle attività che stavano svolgendo. Il morbo, di origine sconosciuta, fu diagnosticato come una variante dell’Alzheimer, o della demenza senile, che poteva colpire chiunque dal momento che si era tutti ormai di età avanzatissima in seguito all’abolizione della morte. Come accennavo, la malattia, poi semplicemente denominata Il Morbo, fu inizialmente sottovalutata e non ci si rese conto nell’immediato che non si trattava di una banale patologia degenerativa ma di un vero e proprio contagio che colpiva principalmente la popolazione anziana. E, per l’appunto, anziani lo eravamo tutti. In brevissimo tempo la diffusione del Morbo avvenne su scala planetaria. Nella sua sintomatologia più lieve si manifestava come se una scheda di memoria del cervello fosse stata estratta, o meglio, per essere più precisi, veniva a mancare la capacità di riconoscere le persone con cui si era in una qualche relazione. Ognuno era sconosciuto all’altro, perciò succedeva, ad esempio, che la moglie al mattino si levasse dal letto e avesse la sensazione che un estraneo si fosse coricato accanto a lei, o che due colleghi di lavoro incaricati di un medesimo progetto incontrassero difficoltà a collaborare diffidando l’uno dell’altro, e così via in un’infinità di altre analoghe situazioni che generavano equivoci, reticenze, paure, non di rado litigi e risse. A questo primo stadio il Morbo, una volta che il soggetto era consapevole di esserne afflitto, veniva controllato con piccoli accorgimenti di vario genere. Ogni persona, nell’incontrarne un’altra, sorrideva, salutava cortesemente, si presentava, tracciava un breve resoconto della propria vita, e se i due riscontravano delle coincidenze deducevano che si erano già conosciuti in passato e che probabilmente avevano una frequentazione stabile. Il marito in cucina in pigiama, salutava con educazione la moglie che appariva in vestaglia: «Molto lieto, mi chiamo Mario, Mario Bazzi, abito qui al civico 22 da vent’anni. A giudicare dalle circostanze del nostro incontro suppongo che anche lei viva qui. Con chi ho il piacere?». È superfluo aggiungere che queste erano solo le forme più blande del male sociale che stava avanzando, forse persino in qualche modo tragicomiche ma gestibili. Però il contagio, estendendosi, arrivò a produrre effetti surreali a ogni livello della società. Si diede il caso di affermati e premiatissimi scrittori che si videro rifiutati dal loro editore con la motivazione che non rientrava nei suoi piani editoriali pubblicare autori sconosciuti. Volti noti della televisione improvvisamente sparivano dalla memoria collettiva e la fastidiosa abitudine di essere riconosciuti e tallonati per strada per alcuni non fu una liberazione ma un trauma che li condusse a forme depressive che in qualche caso sfociarono nel suicidio. Fu la fine della letteratura, della musica, delle arti. Nella seconda fase del Morbo, ormai esteso alla maggioranza della popolazione, si dovette assistere ad un esponenziale aumento della rabbia e della violenza tra le persone. La paura dell’estraneo aveva preso il sopravvento tra le residue paure che ancora sopravvivevano nell’umanità e, siccome si era tutti estranei, l’odio dell’uno verso l’altro alzava il tasso di litigiosità a livelli inverosimili fino a condurre ad atti estremi, fino all’omicidio per i motivi più futili, come il semplice trovare insopportabile vivere sotto lo stesso tetto con uno sconosciuto o sconosciuta. Gli assassini la facevano franca, normalmente, poiché anche i sistemi di riconoscimento facciale non potevano essere validati dai testimoni. Rivedere la faccia di un omicida non produceva alcuna reazione a distanza di pochi istanti. Ciò consentiva a chiunque di compiere qualsiasi atto criminoso con la certezza dell’impunità. Il risultato infernale fu perciò che in una società di immortali il tasso di mortalità fu così elevato da superare persino i livelli dei secoli passati.

Concludo qui, per ora, la mia cronistoria che è giunta ai giorni nostri. Vi chiederete ora perché e per chi sto scrivendo. Innanzitutto una piccola percentuale di popolazione non fu contagiata. Non si sa se perché naturalmente immune o perché sfuggita casualmente al Morbo. Fatto sta che siamo alcuni sparuti gruppi sparsi nel mondo, chiusi in luoghi protetti. Vivo recluso con il mio cane da 25 anni. Come tutti gli altri qui dentro cerco di limitare allo stretto necessario i contatti personali. Non abbiamo molte notizie sui risultati di un possibile vaccino o di farmaci efficaci. Pare esistano insormontabili problemi nel manipolare i geni di agenti patogeni alieni e gli strumenti a disposizione degli scienziati, in queste condizioni di reclusione, sono molto limitati. Forse, quando là fuori si saranno ammazzati tutti l’uno con l’altro, potremo uscire e rifondare il mondo. Scrivo per i posteri, sperando di mantenere una traccia, una memoria di come eravamo e di cosa siamo diventati. Chissà se mai sarà utile. Non disperiamo, abbiamo ancora un’infinità di anni da vivere davanti a noi, sempre che non si decida di farla finita prima o poi, magari per noia.

Per i 100 anni della nascita di Nuto Revelli


Quando apparve Il mondo dei vinti nel 1977 mi precipitai a leggerlo. Fu un libro che fece clamore e divenne subito un caso letterario per molte ragioni, prima di tutto perché ci metteva di fronte agli effetti compiuti di quella “mutazione antropologica” della società italiana già annunciata da Pasolini pochi anni prima. La millenaria e immutabile civiltà contadina era definitivamente divenuta memoria, storia orale, un luogo del nostro passato narrato dai “vecchi”, ultimi testimoni di un tempo andato, destinato a non ripetersi mai più. In secondo luogo, erano anni in cui ci si appassionava ai miti e agli studi dei grandi antropologi sui popoli “selvaggi”, ma anche ai racconti di Ernesto De Martino o di un Carlo Levi su un Sud profondo e lontano e magico, mentre Revelli ci metteva di fronte, in modo vivo e concreto, qui nel mio Piemonte, alle nostre stesse vere radici, ai nostri “indigeni”, a quel nostro profondo Sud che ci stava accanto e che stavamo trascurando o idealizzando come una idilliaca arcadia, fonte di ballate e amabili polifonie. Le crude storie di vita di quei contadini (e di quelle donne, nel successivo L’anello forte), non così distanti nel tempo e nello spazio, che potevano essere i nostri nonni, acquistavano drammaticità, dignità e importanza, e ci impartivano una lezione e un monito. Oggi ci si deve interrogare se quel monito sia stato recepito e raccolto.

Nuto Revelli non era né un antropologo, né un narratore in senso proprio, la sua è stata un’opera di raccolta, di selezione, anche di traduzione, tuttavia, quando mi capita di parlare in pubblico dei maggiori autori della letteratura piemontese del 900, oltre a Monti, Pavese, Fenoglio, non manco di citare Nuto Revelli. La sua lingua tratta dal parlato richiama il Fenoglio de La malora e in quei testi, trattati con rispetto, è chiara la partecipazione, l’empatia dell’autore nei confronti degli intervistati, dei suoi “personaggi”, al tempo stesso reali ed epici. Qual è ancora oggi la sua attualità? Una lettura che consiglierei senz’altro è quella della sua lunga introduzione al Mondo dei vinti, di cui vorrei riportare questo passo che potrebbe ancora far meditare molti di coloro che oggi si occupano di “sviluppo” del territorio:

“Alla campagna povera il sistema ha sempre e soltanto offerto un turismo insensato, da rapina. Il turismo che non rispetta l’ambiente, che ferisce il paesaggio, che umilia il fragile tessuto contadino, non fa che riproporre sotto nuova forma l’antico sfruttamento, l’eterno colonialismo.”

Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia


    In Ultima Esperanza ho voluto dedicare un ampio spazio, sia pure per uno spicchio  temporale di poche settimane, alla vicenda del Regno di Araucania e Patagonia, la cui parabola storica copre un arco di circa vent’anni, dal 1858 a 1878, anno della morte del suo protagonista. Le fonti storiche sono scarse e incerte, ma per la sua originalità è stata quasi sempre trattata come un avvenimento tutt’al più curioso, ad opera di uno stravagante avvocato francese, Orélie Antoine de Tounens.

    Bruce Chatwin nel suo  In Patagonia  traccia per l’appunto il ritratto di un uomo in preda a un delirio di grandezza,  una specie di avventuriero che aveva individuato in quei territori selvaggi la possibilità di coronare le sue ambizioni visionarie, e che va incontro all’indifferenza, la derisione, la persecuzione e l’inevitabile fallimento per un progetto tanto sgangherato. Eppure, anche se dapprincipio il massone Orélie si era probabilmente mosso, come tutti gli europei, sulla base di informazioni vaghe, condite più da romantici ideali e, forse, anche da prosaiche mire materiali, mi riesce difficile immaginare che la lunga frequentazione con gli indios araucani, i mapuche, non abbia lasciato alcun segno nell’uomo e nella sua vicenda. Il fatto è che Chatwin ricostruisce con una buona dose di ironia l’avventura di questo sedicente re da operetta, ma  trascura una parte non secondaria della questione, ovvero il consenso consapevole degli indios, i quali ancora oggi, infatti, tramandano una narrazione di quella storia assai diversa.

   I mapuche sono l’unico popolo indigeno del Sudamerica a non essere mai stato sconfitto, resistendo per tre secoli ai conquistadores (e prima ancora agli inca) attraverso un lungo conflitto (o, meglio, una serie di conflitti) che andò sotto il nome di Guerra di Arauco.  Gli spagnoli erano arrivati in Cile nel 1541. Vent’anni prima Fernando Cortes aveva liquidato l’impero azteco in meno di tre anni; dieci anni dopo Cortes fu la volta di Francisco Pizarro, che nel medesimo breve lasso di tempo fece crollare il grande impero inca. Si dice che la fragilità di quegli imperi consistesse proprio nel loro centralismo: caduto il potere centrale, si sfaldava la struttura dello stato. Naturalmente furono complici non secondari le malattie importate dagli europei, le armi da fuoco, l’uso della cavalleria. Tuttavia, nonostante la maggiore potenza militare dei conquistatori, i mapuche riuscirono ad opporre una tenace resistenza che tenne in scacco l’esercito spagnolo per trecento anni e non poche difficoltà crearono ancora al successivo avvento della repubblica del Cile che faticava a imporsi oltre il confine del fiume Bio-Bio. Gli indios araucani, divisi in entità tribali autonome (e talvolta anche in lotta tra loro, quindi ben esercitati alla guerra), potevano adottare tattiche di resistenza molto efficaci, con la guerriglia in un territorio selvaggio da essi perfettamente conosciuto, in una condizione ottimale anche per le loro armi tradizionali, e con la capacità di coalizzarsi al bisogno nominando un capo di coordinamento militare, un toqui, così come di rendere indipendente dagli eventi ogni “cellula” tribale: se ne cadeva una, restavano in piedi le altre. Furono rapidi nell’adottare anch’essi l’uso del cavallo e di reparti organizzati di cavalleria e fanteria, la pratica dello spionaggio e, a un certo momento, perfino l’artiglieria.

    Ai periodi di conflitto si alternavano tregue e intese col nemico invasore. Le trattative avvenivano con i frequenti parlamentos che naturalmente vertevano principalmente sulla delimitazione dei confini, sullo sfruttamento del territorio (ad es. l’estrazione delle risorse minerarie fu subito un tema controverso, per un popolo che aveva il culto sacro del rispetto della terra), sulla restituzione dei prigionieri venduti come schiavi ai proprietari terrieri o impiegati nel duro lavoro delle miniere. I mapuche dimostrarono quindi non solo costante abilità strategico-militare, ma anche capacità di trattativa e sagacia nel difendere e conseguire il riconoscimento dei diritti.

    In tale contesto, dunque, si inserisce l’avvocato Orélie Antoine de Tounens e il suo rapporto privilegiato con il toqui Quilapan. Il francese confermò agli indios, con gli argomenti del diritto naturale e internazionale, quanto essi sapevano già da sempre: che la terra è di chi la vive e la usa secondo le proprie arti e tradizioni da infinite generazioni. Per questo ho ritenuto nella mia storia – che, beninteso, è pur sempre un prodotto di finzione – che si sarebbe fatto un torto a trattare Orélie esclusivamente come un arrivista senza scrupoli, un folle visionario, o, ancora peggio, un imbroglione (per quanto egli abbia adottato qualche sotterfugio, ma a danno del governo e a favore del suo progetto), perché in tal modo si sarebbe fatto un torto anche maggiore all’intelligenza e alla lunga esperienza dei mapuche, considerandoli degli sprovveduti ubriaconi (così li descrive sostanzialmente Chatwin) predisposti a cadere facilmente negli inganni di un imbonitore truffaldino. Cosa che, viste le circostanze e la loro storia, mi è sembrata priva di logica. È invece assai più probabile che i loncos  mapuche abbiano intravisto attraverso Orélie l’unica opportunità di un riconoscimento legale e internazionale dei loro diritti atavici. Insomma, così come avevano adottato il cavallo e i cannoni comprendendone subito le potenzialità, essi si sono presi un avvocato.

    Intendiamoci, siamo nell’Ottocento e in una terra lontana, selvaggia e sconosciuta, un luogo e un secolo dove i nostri parametri moderni non hanno sussistenza. Perciò l’impresa di Orélie può apparirci oggi quanto meno velleitaria o magari tragicomica. Ma la temperie storica prevedeva queste avventure e queste figure. Non dimentichiamo che nel 1860 un certo Garibaldi partì per un’impresa disperata con mille uomini alla conquista di un  regno difeso da un grande esercito organizzato; per non citare altri esempi anteriori, da Pisacane, ai fratelli Bandiera, alle guerre per l’indipendenza della Grecia dalla Turchia a cui parteciparono singoli intellettuali di mezza Europa. Nell’età risorgimentale fermenti libertari e rivoluzionari correvano per tutto il mondo e ogni folle impresa pareva, romanticamente, possibile. Rovesciare il vecchio mondo a colpi di quarantottate, fino all’esperienza (anche questa velleitaria?) della Comune parigina del 1871.

    Come dicevo, il punto di vista dei mapuche sembra assai diverso dalla vulgata basata essenzialmente sul rapporto del colonnello Cornelio Saavedra Rodriguez, l’ideatore e il comandante della guerra genocida di “pacificazione dell’Araucania” (quello che Chatwin descrive solo come “un proprietario terriero nobile” che provvede all’arresto di Orélie).

Scrive la ricercatrice Olivia Casagrande:

  “L’immagine [da parte mapuche, NDR] è quella di un uomo attratto dalle vicende dell’unico popolo che era riuscito a resistere agli spagnoli, affascinato da un mondo indigeno in cui si era integrato subito, adottandone il modo di vestire, la lingua e guadagnandosi il rispetto delle autorità Mapuche. Inoltre la costituzione del Regno di Araucania e Patagonia viene presentata come una possibilità per il popolo della terra di avere la propria indipendenza e trovare appoggio, alleanze e riconoscimento internazionale. La creazione di questo Regno venne discussa a lungo dai mapuche. Dopo numerose consultazioni, il 17 novembre 1860 venne approvata una Costituzione.”

    L’antico uso dei numerosi  parlamentos  aveva quindi creato nel popolo mapuche una ben chiara consapevolezza di ciò che poteva essere possibile ottenere anche attraverso le armi della parola e del diritto. Non considerare appieno il loro punto di vista impedirebbe perciò alla storia del Regno di Araucania e Patagonia di reggersi in piedi mutilandola di una gamba. La vicenda, si sa, ebbe un triste epilogo, ma ancora oggi i mapuche (unico popolo indigeno sopravvissuto all’estinzione che è stata il destino di tutti gli altri indios patagonici) vivono in una regione che gode di una certa autonomia e sono costantemente in lotta, con ogni mezzo, contro ogni prevaricazione dei loro diritti ancestrali.

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Note a margine di Ultima Esperanza – 1. I piemontesi.


    Risalendo alle radici del mio romanzo Ultima Esperanza, ambientato nel  Cile della seconda metà dell’Ottocento, troviamo tanto Piemonte, non solo perché io sono piemontese (e potrei perciò apparire di parte), ma per la straordinaria quantità delle fonti che al Piemonte inevitabilmente rinviano o si intrecciano.

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    Spesso i lettori di Ultima Esperanza mi chiedono notizie sulla figura del protagonista Federico Sacco: veterinario, naturalista darwiniano, esploratore, piemontese. I cenni storici che completano in appendice il romanzo offrono qualche chiarimento, ma può essere opportuno fornire qualche altra informazione a margine del libro. Federico Sacco è un personaggio di fantasia, come la sua avventura, o, almeno, lo è per metà. Il suo nome è quello del mio bisnonno che svolgeva appunto la professione di veterinario in provincia di Cuneo, nell’albese, a Govone. Era un tipico veterinario di campagna dell’Ottocento, di quelli che visitavano il bestiame di stalla in stalla andando per le cascine con calesse e cavallo. Non fu sicuramente un tipo avventuroso e dubito che abbia mai viaggiato, benché si sia laureato a Torino, forse la massima distanza da lui percorsa, al pari del trisnonno, veterinario anch’esso. Fino a qualche anno addietro, ricordo che nei nostri archivi familiari si conservava ancora un diploma di laurea datato 1821 della Regia Università, ma il documento, dopo la morte di mia madre, che nei suoi momenti di leggerezza veniva colta da furia iconoclasta antipassatista e distruggeva documenti, fotografie, cimeli, non l’ho più ritrovato. Una dinastia di veterinari interrotta da mio nonno Ettore Sacco, giovane svogliato, amante della città – dove aveva iniziato una piccola impresa -, e forse un po’ scapestrato, che fu ricondotto alla disciplina dalla Grande Guerra e dal successivo matrimonio combinato tra famiglie in paese.

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    Dunque il Federico Sacco veterinario è esistito, ma la vicenda del mio personaggio diverge radicalmente dalla realtà del piccolo mondo di provincia del mio bisnonno. La scelta di dargli questo nome ha tuttavia coinciso con la scoperta di un più illustre omonimo che proveniva da Fossano, cittadina in cui era nato nel 1864 (troppo giovane per la mia avventura, che si svolge tra il 1869 e il 1870), ed è stato uno dei massimi esponenti della cultura scientifica torinese e non solo. Traggo le notizie sul professor Federico Sacco dal Dizionario Biografico degli Italiani Treccani:

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    “Dopo gli studi secondari a Fossano, Federico Sacco si laureò nel 1884 in scienze naturali all’Università di Torino; fu discepolo di Martino Baretti, collaboratore e amico di Quintino Sella e di Luigi Bellardi, illustre paleontologo piemontese. Già dal 1883, e sino al 1886, fu assistente al Museo di zoologia e anatomia comparata; libero docente in geologia nel 1886, ottenne nel 1898 la cattedra di geologia presso la Scuola di applicazione per gli ingegneri di Torino. Professore ordinario dal 1903 e direttore del Museo di geologia e mineralogia, trascorse tutta la sua carriera a Torino. Sacco è stato probabilmente uno dei più prolifici e infaticabili geologi e naturalisti della fine del XIX e della prima metà del XX secolo. Autore di più di seicentotrenta pubblicazioni, tra cui decine di volumi che spesso superavano le quattrocento pagine, praticò molte delle discipline connesse alle scienze della Terra, dalla tassonomia dei molluschi dei terreni terziari alla cartografia geologica, dalla glaciologia all’evoluzione della vita sulla Terra. I suoi studi sui ghiacciai alpini, novantaquattro in tutto, illustrati da un ricco apparato fotografico, costituiscono in molti casi testimonianze preziose del recedere dei ghiacci e del mutamento climatico.”

    Insomma, un uomo di straordinaria rilevanza, ma che, anch’esso, non ha nulla a che  vedere con l’avventura che ho narrato, nonostante le molte affinità con il mio protagonista. In qualche modo, le vite reali si intrecciano in modo paradigmatico con la fantasia regalando profondità imprevista a personaggi della finzione, non veri, ma verosimili.

    Il mio Federico Sacco è immaginato come giovane studioso affascinato dalle nuove idee di Charles Darwin, che durante gli anni torinesi ha modo di partecipare a una famosa conferenza tenuta nel 1864 a Torino dall’eminente  professore di zoologia e anatomia comparata Filippo De Filippi intitolata L’uomo e le scimie (proprio così, con una M sola). Il De Filippi, a pochi anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin, mostra già tutto l’interesse per le nuove teorie da parte delle punte del più avanzato, e laico, mondo scientifico italiano. E ancora compare Torino. De Filippi era in verità nato a Milano nel 1814, ma fu professore insigne all’università di Torino, città allora attrattiva quanto mai, e fu tra i primi a diffondere in Italia il darvinismo. Uomo più avventuroso di altri suoi colleghi cattedratici, partecipò nel 1865 al viaggio di circumnavigazione della fregata Magenta durante il quale fu colpito da una grave malattia che lo condusse alla morte a Hong Kong nel 1867.

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    Ad assistere a quella conferenza, il mio Federico Sacco si ritrova in compagnia di altre eminenti personalità: Cristoforo Negri e Michele Lessona. Di quest’ultimo esiste a Torino una via a lui intitolata. Naturalista e letterato nato a Venaria Reale nel 1823, Lessona era figlio di un docente di veterinaria e studiò medicina, ma ebbe una giovinezza movimentata a causa dell’amore per la prima moglie, osteggiato dalla famiglia, che lo condusse a vivere per anni in paesi stranieri, tra cui anche l’Egitto e la Persia. Dopo la morte della prima moglie rientrò in Italia e fu anch’egli professore di storia naturale, ad Asti, e quindi di zoologia e di anatomia comparata all’università di Torino. Fu un altro dei più fervidi divulgatori del darwinismo in Italia e fu anche nominato senatore nel 1892.

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   Di Cristoforo Negri, invece, si ha una vasta e  ricca biografia, difficilmente condensabile, che coincide con tutta l’età risorgimentale, di cui fu uno dei principali protagonisti. Nato a Milano nel 1809, si laureò in diritto naturale ed economia politica a Pavia dopo aver compiuto studi anche in Austria e Ungheria. Appassionato di geografia e astronomia fu corrispondente della Società Geografica di Londra. Ardente rivoluzionario nel 1848, dopo Custoza fuggì a Roma, Firenze, Milano, Varese e infine Torino, dove si sposò e visse per ben quarantasei anni. Presidente del consiglio dell’Università, amico di Massimo D’Azeglio, ebbe delicati incarichi al ministero degli esteri su mandato di Cavour. Fu inviato a Tunisi, Atene, Costantinopoli, Lisbona. Fu delegato plenipotenziario per il Perù, la Cina, il Giappone e il Siam. Ebbe contatti con Napoleone III, con il governo inglese, con l’Accademia dei Georgofili di Firenze e con l’Accademia delle scienze di Torino, di cui era già socio corrispondente dal 1842. Fu tra i fondatori della Società geografica Italiana (12 maggio 1867), e ne divenne il suo primo presidente fino al 1872. Nominò Darwin membro onorario della  Società, di cui continuò a seguire gli sviluppi anche dopo la cessazione dell’incarico. Nel 1881 promosse, con Giacomo Bove, la spedizione italiana in Antartide, Argentina e Terra del Fuoco.

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    Ed eccoci a Giacomo Bove, altro romanzesco personaggio. Piemontese monferrino, nato nel 1852 a Maranzana, presso Asti, si dedicò inopinatamente alla navigazione. A vent’anni era guardiamarina di prima classe e si imbarcò per un lungo viaggio verso i mari orientali toccando la Cina, il Giappone, le Filippine e il Borneo. Negli anni successivi partecipò alla perigliosa missione a comando svedese per la ricerca, lungo le coste della Siberia, di un passaggio a nord-est tra il mare artico e l’oceano Pacifico. Nel 1880, sostenuto da Cristoforo Negri, propose l’esplorazione dell’Antartide, ma il progetto venne ridimensionato e si limitò alle, peraltro ancora poco conosciute, terre magellaniche, Isola degli Stati, Terra del Fuoco e Patagonia, non senza numerosi rischi tra i quali anche un naufragio con la nave cilena  San José salpata da Punta Arenas. Di queste esplorazioni dell’estremo Sud (ripetute almeno due volte) ha lasciato un importante memoriale. Di non minore importanza sono stati i successivi viaggi che ne debilitarono il fisico fino al punto che, malato, si tolse la vita a Verona nel 1887.

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    Infine è il missionario salesiano biellese (di Pollone), padre Alberto De Agostini (fratello del fondatore dell’omonimo Istituto Geografico di Novara) che, a partire dal 1909, ci ha lasciato fotografie, filmati, testimonianze curate in dettaglio di tutta la Patagonia continentale, argentina e cilena, e delle estreme propaggini della cordigliera andina.

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    A proposito dei salesiani in Patagonia, ci sarebbe una singolare storia da ricordare. La fondazione della Congregazione era avvenuta nel 1859 a Torino, nel rione Valdocco, ad opera di don Bosco (il futuro San Giovanni Bosco, uno dei più importanti santi sociali torinesi). Tra le speciali doti di don Bosco pare fosse spiccata quella della premonizione.

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    Nel 1872, quando don Bosco aveva 57 anni, raccontò un lungo sogno: “Mi parve di trovarmi in una regione selvaggia e affatto sconosciuta. Era un’immensa pianura tutta incolta… Ma nelle estremità lontanissime la profilavano tutta scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un’altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, con i capelli ispidi e lunghi di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali…”

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    Il sogno prosegue con la descrizione di atti di ferocia da parte dei “selvaggi” verso alcuni missionari venuti a predicare: “Dopo di essere stato a osservare quegli orribili macelli, dissi tra me: ‘Come fare a convertire questa gente così brutale?’” Subito dopo  don Bosco vede arrivare un mite gruppo di salesiani di fronte al quale invece i selvaggi depongono le armi e si inginocchiano ammansiti come il lupo di San Francesco.

   Don Bosco restò vivamente colpito da questo sogno ritenendolo un avviso celeste, sebbene sul momento non gli fosse chiaro in quale parte del mondo andasse collocato. Tuttavia le immagini da lui evocate sembrano con evidenza risentire di quella storica (falsa) narrazione riguardante i “feroci selvaggi” patagoni, da sempre descritti come nudi giganti dai grossi piedi (il loro nome, attribuito dai primi esploratori, deriverebbe dal portoghese patagao=zampa grande), cannibali e sanguinari. Tali dovevano almeno essere le vaghe informazioni di don Bosco, assiduo lettore degli Annali della Propagazione della Fede, che devono essere stati la fonte del sogno. Non immaginava, il santo sacerdote, né gli fu comunicato in sogno, di quanti e quali stragi e soprusi furono invece vittime i disgraziati indios della Patagonia fino alla loro totale estinzione. Qualche anno dopo, la richiesta dell’Argentina di inviare laggiù dei missionari lo convinse infine che quel suo sogno si dovesse riferire proprio al Sudamerica. La prima missione salesiana permanente, dopo aver visitato l’arcipelago fuegino dalla base di Punta Arenas, si insediò nel 1887 nell’Isola di Dawson con l’obiettivo di fornire un’educazione “civile”, e naturalmente religiosa, agli indios Alacaluf, come venivano anche chiamati i Kaweshkar.

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    Ventitré anni dopo arrivò Padre De Agostini. Ordinato sacerdote a Foglizzo nel 1909, partì lo stesso anno per la Terra del Fuoco. Il Dizionario Biografico riporta che “da allora, per mezzo secolo alternò la sua attività di missionario con numerosi viaggi di studio e di esplorazione nella cordigliera fueghina, nelle isole di quel vasto arcipelago e nelle Ande della Patagonia: non passò infatti quasi mai un’estate australe senza che egli organizzasse almeno un’escursione in quei territori. Non è quindi possibile ricostruire nei dettagli tutte le sue spedizioni, tanto esse furono numerose.”  Egli ci ha tuttavia lasciato uno straordinario diario, Ande Patagoniche, ignorato da Bruce Chatwin, dove rende conto di molte delle sue escursioni e dei suoi incontri.

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    L’opera dei missionari salesiani, per quanto talora discutibile, ebbe tuttavia il merito, e questo va assegnato soprattutto ad Alberto De Agostini, di fornire un’ampia documentazione antropologica che sarebbe altrimenti andata perduta. Ed è anche certo che gli stessi missionari, recatisi laggiù per educare i selvaggi, in luoghi ancora pressoché sconosciuti e con informazioni imprecise sulle genti che dovevano incontrare, ricavarono a loro volta insegnamenti preziosi e il sentimento di doveroso rispetto e protezione verso una diversa umanità. Non fu però sufficiente per salvare quelle antiche culture di cui non ci restano oggi che i relitti museificati.

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Ultima Esperanza


Disponibile in libreria e sulle piattaforme online da Dicembre 2018

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“Un romanzo dalla forza incredibile, frutto di una ricerca lunga e appassionata, dove i fatti storici si intrecciano alla fervida fantasia dell’autore e che racconta un Cile ancora poco conosciuto ed estremamente affascinante.”

“Un’opera complessa, completa, totale, ammaliante, attraente, brillante, intima, di selvaggia e irresistibile beltà.”

“Un romanzo potente e appassionante il cui ritmo è scandito dal respiro aspro della natura selvaggia.”

Nel 1869, il giovane naturalista piemontese Federico Sacco parte da Genova alla volta del Cile, con l’obiettivo di compiere una prima esplorazione delle selvagge terre della Patagonia, fino ad allora pressoché sconosciute. Tre anni dopo, i membri della Società Geografica Italiana che aveva finanziato la spedizione si riuniscono per valutare l’interesse accademico del diario di Sacco, unica traccia rimasta dell’esploratore misteriosamente scomparso.

Attraverso il racconto del proprio viaggio, il protagonista del romanzo Ultima Esperanza accompagna il lettore in un’avventura ai confini del mondo, tra coraggiosi indios, colonizzatori senza scrupoli e folli idealisti. La fine dell’esploratore è avvolta nell’enigma originato dalle sue incredibili scoperte, ma il ritrovamento del suo diario aprirà le porte di un territorio capace di esercitare un’inesauribile forza d’attrazione e la cui sanguinosa storia non deve essere dimenticata.

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Kramp di Maria José Ferrada


Kramp, della scrittrice cilena María José Ferrada, per il Ministero della Cultura del Cile è il miglior romanzo dell’anno. È possibile leggerlo nella bella traduzione italiana pubblicata dall’editore Edicola Ediciones (Ortona-Santiago). Il merito di questo editore, che da pochi anni opera a cavallo tra i due mondi (si autodefiniscono garibaldini,  credo perché è anche eroico il loro progetto), è di portare al pubblico italiano una letteratura contemporanea cilena di pregio che rischierebbe di restare forse per sempre sconosciuta.

Kramp è l’ultimo dei libri di Edicola Ed. che ho letto e, come gli altri, sembra appartenere ad una ben definita famiglia di nuovi narratori di razza, trentenni, che producono opere brevi, scritte perfettamente, poetiche, ironiche e drammatiche al contempo. È ben riconoscibile la koinè latino-americana di questa letteratura, densa di quell’atmosfera sospesa del “realismo magico” che ha avuto molti padri (e madri) nobili in tutto il continente dal secolo scorso: superfluo citare tutti i maggiori. Romanzi che inseriscono nella realtà quotidiana la memoria e la fantasia onirica, il comico e il tragico.

Kramp ci racconta la storia di D, papà rappresentante che smercia articoli di ferramenta in tutto il Cile, e di M, la piccola figlia settenne, che marina la scuola per aiutarlo a incrementare le vendite grazie alla sua innocente presenza che induce alla benevolenza i clienti. Il mondo di D e M appartiene a quella comune sottocultura dei commessi viaggiatori, fatta di alberghi, trattorie, amici di pari categoria, aneddoti e balle spaziali. Poi c’è la fantasia complice del papà e della figlia che, nella loro pedagogia alternativa, amano discorrere dell’Universo, della teoria della relatività e delle stelle che un Grande Falegname ha incastonato come viti d’acciaio nel firmamento. Ma non è tutto, perché M ha una mamma semi-assente a cui è volata via dal corpo una parte di sé. D e la mamma di M si sono incontrati il 13 novembre del 1973, a due mesi dal golpe militare che ha piombato in un limbo tragico tutta la nazione, mai citato, ma incombente sulla vita della mamma. E poi c’è E, che è un cineoperatore e un fotografo, e le due vite hanno qualcosa che le accomuna. E è una specie di “acchiappafantasmi”, dice a M, e li cerca in giro per tutto il paese; a volte li scova quando, al posto del loro lenzuolo bianco con due buchi, non resta altro che qualche osso sotterrato, e li vuole fotografare per documentare tutto prima che diventino polvere, fino a quando verrà scoperto.

È in questo modo che il passato, la memoria, il dramma, irrompono nella levità del racconto che, da quella  apparente semplicità scaturita dalla mente ingenua della bambina, scava nelle profondità dell’anima di tutto un popolo che deve continuamente fare i conti con la propria storia dolorosa, e finisce per intaccare anche le universali corde emozionali di noi lettori lontani.

Romanzo Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia


cover battaglia

Finalmente va in libreria il romanzo postumo Voglia di notte – Ed. Arianna, 2019, del poeta siciliano Giuseppe Giovanni Battaglia (Aliminusa, 1951-1995). 

Sono onorato di aver contribuito alla revisione del manoscritto e al saggio critico in Postfazione, oltre ad altri testi a corredo. Il volume è presentato da Vincenzo Ognibene, autore anche delle illustrazioni di copertina. L’introduzione è del regista Pasquale Scimeca, cugino del poeta.

 

Dalle note di edizione

Il manoscritto di Voglia di notte è datato 1993, scritto dal poeta Giuseppe Giovanni Battaglia negli anni del male incurabile che lo condurrà alla morte nel 1995, all’età di 44 anni. Rimasto inedito (come scrive il cugino, il regista Pasquale Scimeca, nella sua Prefazione, Battaglia gliene rivelerà l’esistenza solo poco prima di morire), trova ora con questa prima edizione, a distanza di venticinque anni dalla stesura, la strada della pubblicazione postuma e risarcitoria, grazie anche al costante e caparbio impegno per la divulgazione dell’opera del poeta che è stato dedicato in questi anni dall’amico, il pittore Vincenzo Ognibene, dalla famiglia e dal Comune di Aliminusa.

Tra crudo realismo e poetica fantasia, l’azione si svolge nella Sicilia del dopoguerra, ai tempi delle lotte contadine per l’occupazione delle terre incolte.  Nel paese di Alimina millecinquecento braccianti con le loro famiglie vivono in miseria mentre pochi feudatari sono proprietari di tutto; l’avido e sprezzante barone Giulio Trecase ne è il principale rappresentante. Il barone possiede anche una giovane moglie bella ma trascurata che un giorno decide di “arrangiarsi” per prendersi ciò che il marito non sa offrire a nessuno: l’amore. Donna Assunta si concederà insaziabilmente a quanti le capiteranno a tiro, scegliendoli proprio tra quei ceti popolari tanto disprezzati dal barone. Quando gli sconsiderati proprietari di Alimina si renderanno autori di una strage di contadini provocando una rivolta, sarà ancora la baronessa a fare a modo suo giustizia. Tuttavia, ormai, in quegli anni si annuncia l’avvento di un nuovo tempo, in cui non vi sarà più posto per l’antica cultura contadina mentre si sta profilando il dramma di quell’emigrazione “biblica” che spopolerà le campagne di Sicilia.

 

Intervista del 2015 al settimanale Idea


Con il romanzo Un’altra estate (EEE, 2013) Paolo Ferruccio Cuniberti ci proietta nella Torino della Fiat e del miracolo economico, dove si intrecciano le vicende di un ragazzo proveniente dalle Langhe e di una giovane di origini siciliane: fra integrazione, salti generazionali, e ricordi, la storia dei due personaggi diventa lo specchio di una società in continua e vertiginosa evoluzione, pur nella tensione emotiva ed esistenziale verso le proprie radici. Abbiamo incontrato l’autore per conoscere, attraverso le sue parole, qualcosa in più riguardo alla sua opera.

Partiamo dal suo ultimo romanzo, Un’altra estate (2013). È ambientato negli anni 60 e racconta, attraverso le vicende dei due protagonisti, la storia del nostro paese durante quel decennio. Quanto c’è di autobiografico e quanto di letterario?

Io sono nato sotto la Mole alla fine degli anni 50 da genitori provenienti dal Roero. Benché io non abbia mai fatto il contadino le mie radici sono ben presenti nella mia formazione, ho pescato molto dall’esperienza personale e familiare e dai racconti degli amici. Allo stesso modo ho lavorato per la parte siciliana del romanzo, avendo una moglie figlia di immigrati al Nord. Detto questo, tutta la vicenda è inventata, ed è quindi “letteraria”. Quel che mi interessava non era ricostruire stucchevoli nostalgie personali, ma raccontare, in forma narrativa, quel fenomeno storico avvenuto negli anni 60 che è stato definito “fine della civiltà contadina”. Un mondo che è finito contestualmente al nord come al sud.

Il romanzo si inserisce in una sorta di trilogia, iniziata con Body and soul (2011), ambientato negli anni 70, e Indagine su Anna (2012), ambientato negli anni 80. Era nel piano iniziale coprire questo arco trentennale?

Inizialmente non ho pianificato una trilogia. Mi sono reso conto che dovevo completare questo arco narrativo dopo aver scritto Indagine su Anna. Se in Body and soul si racconta del clima sociale di ideali e incertezze, anche sperimentale, di quegli anni, in Indagine su Anna si analizza il disfacimento dei vecchi valori, come il matrimonio e la famiglia, con il dubbio che non si sia trovato niente di meglio; sembra un giallo con risvolti erotici, ma in realtà parla di altro. Il giallo è quello che siamo diventati. Scavando nel tempo recente non potevo non arrivare alla radice del problema che è quel radicale cambiamento avvenuto nel dopoguerra.

Uno dei fili conduttori della sua narrativa sembra essere la città di Torino, attraversata da eventi, generazioni, mode. Che ruolo riveste per lei questa città?

Come dicevo, è la città in cui sono nato e cresciuto, quindi la conosco bene. Molto spesso si parla di Torino come di città-laboratorio che ha segnato dei modelli per il resto d’Italia. Credo che al di là del luogo comune ci sia molto di vero, e che perciò narrare la mutazione antropologica degli italiani attraverso la mia città sia interessante. Oggi, ad esempio, abbiamo appena finito di metabolizzare l’integrazione dei meridionali (direi con successo), che già si presenta la questione dell’immigrazione dai paesi poveri e disastrati. Il laboratorio continua, ma non ho dubbi che ce la faremo perché l’intelligenza prevale sempre a lungo termine.

In Un’altra estate fanno capolino anche le Langhe. Qual è il suo rapporto con questo territorio e con gli scrittori che prima di lei l’hanno raccontato (Pavese, Fenoglio, Revelli…)?

Le mie colline spuntano un po’ in tutti i miei romanzi, non riesco a eluderle! Confrontarsi con i grandi nomi che hanno dato gloria letteraria alle Langhe non è facile, ci si inchina con umiltà. Io sono un sostenitore di un rilancio dei Parchi Letterari a loro dedicati perché il riconoscimento UNESCO è arrivato anche grazie ai luoghi letterari descritti da quegli autori. Mi fa piacere che lei citi Nuto Revelli, perché negli ultimi anni si è forse un po’ appannata l’attenzione al suo lavoro, che non è stato narrativo in senso stretto, ma ha fatto narrazione delle vite reali. I suoi Il mondo dei vinti e L’anello forte sono dei monumenti da rileggere come i romanzi di Primo Levi. Naturalmente oggi si deve anche guardare oltre e non crogiolarsi sugli allori del passato. E non tutto tra Langhe e Roero è perfetto, la gente va sensibilizzata.

Fra i suoi interessi extra-letterari spicca quello per la cultura popolare, culminante nella raccolta di saggi Orsi, spose e carnevali (2013). Che importanza hanno per lei lo studio e la conservazione delle tradizioni? Che peso hanno questi elementi nella stesura dei suoi romanzi?

La mia attività di scrittore è iniziata con la saggistica, con articoli sulle tradizioni popolari, solo in un secondo tempo sono arrivato alla fiction. Studiare la cultura popolare per me è stata una indispensabile riflessione personale sulla storia e sulle espressioni umane. In parte queste riflessioni le sto traducendo nei romanzi. Ritengo necessario sapere e non dimenticare chi siamo stati e da dove veniamo. Per altri versi sono consapevole che la società e le culture umane sono in movimento costante e che il mondo continua a correre nel tempo. La conservazione fine a se stessa non mi affascina molto, ma mi irrita la perdita di memoria. Mai come in questi anni, infatti, si è parlato tanto di “memoria”.

Ha altri progetti in cantiere? Può anticiparci qualcosa?

Per oltre un anno mi sono dedicato principalmente alla promozione di Un’altra estate, portandolo anche in Sicilia. Ci tornerò prossimamente per il festival di letteratura di Sciacca (LetterandoinFest dal 26 al 28 giugno ndr), dove potrò riabbracciare dei veri amici. Naturalmente sto già pensando ad altro, e da alcuni mesi sto lavorando a un nuovo romanzo che avrà ambientazione e periodo temporale molto lontani dai libri precedenti: il Cile inesplorato della seconda metà dell’Ottocento. Delle mie radici manterrò solo l’origine del protagonista, che avrà anche il nome di un mio bisnonno veterinario, in una storia ispirata al nascente darwinismo e alla scoperta di una nuova antropologia del mondo. Un romanzo di fiction storica in cui resterà imprescindibile il forte collegamento ideale con i miei  interessi di sempre.