Romanzo Ultima Esperanza – Nel cuore della Patagonia selvaggia


Disponibile in libreria e sulle piattaforme online da Dicembre 2018

“Un romanzo dalla forza incredibile, frutto di una ricerca lunga e appassionata, dove i fatti storici si intrecciano alla fervida fantasia dell’autore e che racconta un Cile ancora poco conosciuto ed estremamente affascinante.”

Nel 1869, il giovane naturalista piemontese Federico Sacco parte da Genova alla volta del Cile, con l’obiettivo di compiere una prima esplorazione delle selvagge terre della Patagonia, fino ad allora pressoché sconosciute. Tre anni dopo, i membri della Società Geografica Italiana che aveva finanziato la spedizione si riuniscono per valutare l’interesse accademico del diario di Sacco, unica traccia rimasta dell’esploratore misteriosamente scomparso.

Attraverso il racconto del proprio viaggio, il protagonista del romanzo Ultima Esperanza accompagna il lettore in un’avventura ai confini del mondo, tra coraggiosi indios, colonizzatori senza scrupoli e folli idealisti. La fine dell’esploratore è avvolta nell’enigma originato dalle sue incredibili scoperte, ma il ritrovamento del suo diario aprirà le porte di un territorio capace di esercitare un’inesauribile forza d’attrazione e la cui sanguinosa storia non deve essere dimenticata.

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Kramp di Maria José Ferrada


Kramp, della scrittrice cilena María José Ferrada, per il Ministero della Cultura del Cile è il miglior romanzo dell’anno. È possibile leggerlo nella bella traduzione italiana pubblicata dall’editore Edicola Ediciones (Ortona-Santiago). Il merito di questo editore, che da pochi anni opera a cavallo tra i due mondi (si autodefiniscono garibaldini,  credo perché è anche eroico il loro progetto), è di portare al pubblico italiano una letteratura contemporanea cilena di pregio che rischierebbe di restare forse per sempre sconosciuta.

Kramp è l’ultimo dei libri di Edicola Ed. che ho letto e, come gli altri, sembra appartenere ad una ben definita famiglia di nuovi narratori di razza, trentenni, che producono opere brevi, scritte perfettamente, poetiche, ironiche e drammatiche al contempo. È ben riconoscibile la koinè latino-americana di questa letteratura, densa di quell’atmosfera sospesa del “realismo magico” che ha avuto molti padri (e madri) nobili in tutto il continente dal secolo scorso: superfluo citare tutti i maggiori. Romanzi che inseriscono nella realtà quotidiana la memoria e la fantasia onirica, il comico e il tragico.

Kramp ci racconta la storia di D, papà rappresentante che smercia articoli di ferramenta in tutto il Cile, e di M, la piccola figlia settenne, che marina la scuola per aiutarlo a incrementare le vendite grazie alla sua innocente presenza che induce alla benevolenza i clienti. Il mondo di D e M appartiene a quella comune sottocultura dei commessi viaggiatori, fatta di alberghi, trattorie, amici di pari categoria, aneddoti e balle spaziali. Poi c’è la fantasia complice del papà e della figlia che, nella loro pedagogia alternativa, amano discorrere dell’Universo, della teoria della relatività e delle stelle che un Grande Falegname ha incastonato come viti d’acciaio nel firmamento. Ma non è tutto, perché M ha una mamma semi-assente a cui è volata via dal corpo una parte di sé. D e la mamma di M si sono incontrati il 13 novembre del 1973, a due mesi dal golpe militare che ha piombato in un limbo tragico tutta la nazione, mai citato, ma incombente sulla vita della mamma. E poi c’è E, che è un cineoperatore e un fotografo, e le due vite hanno qualcosa che le accomuna. E è una specie di “acchiappafantasmi”, dice a M, e li cerca in giro per tutto il paese; a volte li scova quando, al posto del loro lenzuolo bianco con due buchi, non resta altro che qualche osso sotterrato, e li vuole fotografare per documentare tutto prima che diventino polvere, fino a quando verrà scoperto.

È in questo modo che il passato, la memoria, il dramma, irrompono nella levità del racconto che, da quella  apparente semplicità scaturita dalla mente ingenua della bambina, scava nelle profondità dell’anima di tutto un popolo che deve continuamente fare i conti con la propria storia dolorosa, e finisce per intaccare anche le universali corde emozionali di noi lettori lontani.

Romanzo Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia


Cattura

Nel mese di maggio 2018 verrà pubblicato il romanzo postumo Voglia di notte (datato 1993) del poeta siciliano Giuseppe Giovanni Battaglia (Aliminusa, 1951-1995). La prima presentazione avverrà nell’ambito della manifestazione Orto in Arte a Palermo, Orto Botanico, martedì 29 maggio 17:30-19:00; presenti, oltre a me, il curatore Vincenzo Ognibene, il regista Pasquale Scimeca, il giornalista Nuccio Vara.

Sono onorato di aver contribuito alla revisione del manoscritto e al saggio critico in Postfazione, oltre ad altri testi a corredo. Il volume è stato curato da Vincenzo Ognibene, autore anche delle illustrazioni di copertina. La Prefazione è del regista Pasquale Scimeca, cugino del poeta.

Riporto di seguito le note in seconda e quarta di copertina.

Risvolto

Il manoscritto di Voglia di notte è datato 1993, scritto dal poeta Giuseppe Giovanni Battaglia negli anni del male incurabile che lo condurrà alla morte nel 1995, all’età di 44 anni. Rimasto inedito (come scrive il cugino, il regista Pasquale Scimeca, nella sua Prefazione, Battaglia gliene rivelerà l’esistenza solo poco prima di morire), trova ora con questa prima edizione, a distanza di venticinque anni dalla stesura, la strada della pubblicazione postuma e risarcitoria, grazie anche al costante e caparbio impegno per la divulgazione dell’opera del poeta che è stato dedicato in questi anni dall’amico, il pittore Vincenzo Ognibene, dalla famiglia e dal Comune di Aliminusa.

Tra crudo realismo e poetica fantasia, l’azione si svolge nella Sicilia del dopoguerra, ai tempi delle lotte contadine per l’occupazione delle terre incolte.  Nel paese di Alimina millecinquecento braccianti con le loro famiglie vivono in miseria mentre pochi feudatari sono proprietari di tutto; l’avido e sprezzante barone Giulio Trecase ne è il principale rappresentante. Il barone possiede anche una giovane moglie bella ma trascurata che un giorno decide di “arrangiarsi” per prendersi ciò che il marito non sa offrire a nessuno: l’amore. Donna Assunta si concederà insaziabilmente a quanti le capiteranno a tiro, scegliendoli proprio tra quei ceti popolari tanto disprezzati dal barone. Quando gli sconsiderati proprietari di Alimina si renderanno autori di una strage di contadini provocando una rivolta, sarà ancora la baronessa a fare a modo suo giustizia. Tuttavia, ormai, in quegli anni si annuncia l’avvento di un nuovo tempo, in cui non vi sarà più posto per l’antica cultura contadina mentre si sta profilando il dramma di quell’emigrazione “biblica” che spopolerà le campagne di Sicilia.

Quarta di copertina

Un barone che affama e semina sangue tra il popolo di Alimina; sua moglie, donna Annunziata, vorace femmina mediterranea che è invece affamata d’amore fisico fino a trasformarsi in una sorta di archetipica ninfomane seriale; un popolo di straccioni che smette di subire e reclama terra e giustizia.

Una vicenda epica sotto il sole implacabile di Sicilia, che tutto illumina e tutto rende impietosamente evidente in un luogo mitico sospeso tra immaginazione e dura realtà.

Giuseppe Giovanni Battaglia (Aliminusa 1951-1995) è stato poeta insigne, uomo tormentato e fine intellettuale. La sua opera è iniziata con le poesie giovanili in dialetto siciliano, che hanno attirato l’attenzione di Leonardo Sciascia e di Pier Paolo Pasolini, ed è proseguita, in un costante processo di maturazione, attraverso la drammaturgia e la straordinaria produzione poetica in lingua italiana, solo di recente raccolta postuma in un’unica pubblicazione. Il romanzo, sinora inedito, Voglia di notte costituisce un unicum nell’opera di Battaglia, ma ne è al contempo il lascito spirituale e il compendio di una vita interrotta troppo presto.

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Intervista del 2015 al settimanale Idea


Con il romanzo Un’altra estate (EEE, 2013) Paolo Ferruccio Cuniberti ci proietta nella Torino della Fiat e del miracolo economico, dove si intrecciano le vicende di un ragazzo proveniente dalle Langhe e di una giovane di origini siciliane: fra integrazione, salti generazionali, e ricordi, la storia dei due personaggi diventa lo specchio di una società in continua e vertiginosa evoluzione, pur nella tensione emotiva ed esistenziale verso le proprie radici. Abbiamo incontrato l’autore per conoscere, attraverso le sue parole, qualcosa in più riguardo alla sua opera.

Partiamo dal suo ultimo romanzo, Un’altra estate (2013). È ambientato negli anni 60 e racconta, attraverso le vicende dei due protagonisti, la storia del nostro paese durante quel decennio. Quanto c’è di autobiografico e quanto di letterario?

Io sono nato sotto la Mole alla fine degli anni 50 da genitori provenienti dal Roero. Benché io non abbia mai fatto il contadino le mie radici sono ben presenti nella mia formazione, ho pescato molto dall’esperienza personale e familiare e dai racconti degli amici. Allo stesso modo ho lavorato per la parte siciliana del romanzo, avendo una moglie figlia di immigrati al Nord. Detto questo, tutta la vicenda è inventata, ed è quindi “letteraria”. Quel che mi interessava non era ricostruire stucchevoli nostalgie personali, ma raccontare, in forma narrativa, quel fenomeno storico avvenuto negli anni 60 che è stato definito “fine della civiltà contadina”. Un mondo che è finito contestualmente al nord come al sud.

Il romanzo si inserisce in una sorta di trilogia, iniziata con Body and soul (2011), ambientato negli anni 70, e Indagine su Anna (2012), ambientato negli anni 80. Era nel piano iniziale coprire questo arco trentennale?

Inizialmente non ho pianificato una trilogia. Mi sono reso conto che dovevo completare questo arco narrativo dopo aver scritto Indagine su Anna. Se in Body and soul si racconta del clima sociale di ideali e incertezze, anche sperimentale, di quegli anni, in Indagine su Anna si analizza il disfacimento dei vecchi valori, come il matrimonio e la famiglia, con il dubbio che non si sia trovato niente di meglio; sembra un giallo con risvolti erotici, ma in realtà parla di altro. Il giallo è quello che siamo diventati. Scavando nel tempo recente non potevo non arrivare alla radice del problema che è quel radicale cambiamento avvenuto nel dopoguerra.

Uno dei fili conduttori della sua narrativa sembra essere la città di Torino, attraversata da eventi, generazioni, mode. Che ruolo riveste per lei questa città?

Come dicevo, è la città in cui sono nato e cresciuto, quindi la conosco bene. Molto spesso si parla di Torino come di città-laboratorio che ha segnato dei modelli per il resto d’Italia. Credo che al di là del luogo comune ci sia molto di vero, e che perciò narrare la mutazione antropologica degli italiani attraverso la mia città sia interessante. Oggi, ad esempio, abbiamo appena finito di metabolizzare l’integrazione dei meridionali (direi con successo), che già si presenta la questione dell’immigrazione dai paesi poveri e disastrati. Il laboratorio continua, ma non ho dubbi che ce la faremo perché l’intelligenza prevale sempre a lungo termine.

In Un’altra estate fanno capolino anche le Langhe. Qual è il suo rapporto con questo territorio e con gli scrittori che prima di lei l’hanno raccontato (Pavese, Fenoglio, Revelli…)?

Le mie colline spuntano un po’ in tutti i miei romanzi, non riesco a eluderle! Confrontarsi con i grandi nomi che hanno dato gloria letteraria alle Langhe non è facile, ci si inchina con umiltà. Io sono un sostenitore di un rilancio dei Parchi Letterari a loro dedicati perché il riconoscimento UNESCO è arrivato anche grazie ai luoghi letterari descritti da quegli autori. Mi fa piacere che lei citi Nuto Revelli, perché negli ultimi anni si è forse un po’ appannata l’attenzione al suo lavoro, che non è stato narrativo in senso stretto, ma ha fatto narrazione delle vite reali. I suoi Il mondo dei vinti e L’anello forte sono dei monumenti da rileggere come i romanzi di Primo Levi. Naturalmente oggi si deve anche guardare oltre e non crogiolarsi sugli allori del passato. E non tutto tra Langhe e Roero è perfetto, la gente va sensibilizzata.

Fra i suoi interessi extra-letterari spicca quello per la cultura popolare, culminante nella raccolta di saggi Orsi, spose e carnevali (2013). Che importanza hanno per lei lo studio e la conservazione delle tradizioni? Che peso hanno questi elementi nella stesura dei suoi romanzi?

La mia attività di scrittore è iniziata con la saggistica, con articoli sulle tradizioni popolari, solo in un secondo tempo sono arrivato alla fiction. Studiare la cultura popolare per me è stata una indispensabile riflessione personale sulla storia e sulle espressioni umane. In parte queste riflessioni le sto traducendo nei romanzi. Ritengo necessario sapere e non dimenticare chi siamo stati e da dove veniamo. Per altri versi sono consapevole che la società e le culture umane sono in movimento costante e che il mondo continua a correre nel tempo. La conservazione fine a se stessa non mi affascina molto, ma mi irrita la perdita di memoria. Mai come in questi anni, infatti, si è parlato tanto di “memoria”.

Ha altri progetti in cantiere? Può anticiparci qualcosa?

Per oltre un anno mi sono dedicato principalmente alla promozione di Un’altra estate, portandolo anche in Sicilia. Ci tornerò prossimamente per il festival di letteratura di Sciacca (LetterandoinFest dal 26 al 28 giugno ndr), dove potrò riabbracciare dei veri amici. Naturalmente sto già pensando ad altro, e da alcuni mesi sto lavorando a un nuovo romanzo che avrà ambientazione e periodo temporale molto lontani dai libri precedenti: il Cile inesplorato della seconda metà dell’Ottocento. Delle mie radici manterrò solo l’origine del protagonista, che avrà anche il nome di un mio bisnonno veterinario, in una storia ispirata al nascente darwinismo e alla scoperta di una nuova antropologia del mondo. Un romanzo di fiction storica in cui resterà imprescindibile il forte collegamento ideale con i miei  interessi di sempre.