Per i 100 anni della nascita di Nuto Revelli


Quando apparve Il mondo dei vinti nel 1977 mi precipitai a leggerlo. Fu un libro che fece clamore e divenne subito un caso letterario per molte ragioni, prima di tutto perché ci metteva di fronte agli effetti compiuti di quella “mutazione antropologica” della società italiana già annunciata da Pasolini pochi anni prima. La millenaria e immutabile civiltà contadina era definitivamente divenuta memoria, storia orale, un luogo del nostro passato narrato dai “vecchi”, ultimi testimoni di un tempo andato destinato a non ripetersi mai più. In secondo luogo, erano anni in cui ci si appassionava ai miti e agli studi dei grandi antropologi sui popoli “selvaggi”, ma anche dei racconti di Ernesto De Martino o di un Carlo Levi su un Sud profondo e lontano e magico, e Revelli ci metteva di fronte in modo vivo e concreto, qui nel mio Piemonte, alle nostre stesse vere radici, ai nostri “indigeni”, a quel nostro profondo Sud che ci stava accanto e che stavamo trascurando o idealizzando come una idilliaca arcadia, fonte di ballate e amabili polifonie. Le crude storie di vita di quei contadini (e di quelle donne, nel successivo L’anello forte), non così distanti nel tempo e nello spazio, che potevano essere i nostri nonni, acquistavano drammaticità, dignità e importanza, e ci impartivano una lezione e un monito.Oggi ci si deve interrogare se quel monito sia stato recepito e raccolto.

Nuto Revelli non era né un antropologo né un narratore in senso proprio, la sua è stata un’opera di raccolta, di selezione, anche di traduzione, tuttavia, quando mi capita di parlare in pubblico dei maggiori autori della letteratura piemontese del 900, oltre a Monti, Pavese, Fenoglio, non manco di citare Nuto Revelli. La sua lingua richiama il Fenoglio de La malora e in quei testi, trattati con rispetto, è chiara la partecipazione, l’empatia, dell’autore nei confronti degli intervistati, dei suoi “personaggi”, al tempo stesso reali ed epici. Qual è ancora oggi la sua attualità? Una lettura che consiglierei senz’altro è quella della sua lunga introduzione al Mondo dei vinti, di cui vorrei riportare questo passo che potrebbe ancora far meditare molti di coloro che si occupano di “sviluppo” del territorio:

“Alla campagna povera il sistema ha sempre e soltanto offerto un turismo insensato, da rapina. Il turismo che non rispetta l’ambiente, che ferisce il paesaggio, che umilia il fragile tessuto contadino, non fa che riproporre sotto nuova forma l’antico sfruttamento, l’eterno colonialismo.”

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Note a margine di Ultima Esperanza – 2. I mapuche e il Regno di Araucania e Patagonia


    In Ultima Esperanza ho voluto dedicare un ampio spazio, sia pure per uno spicchio  temporale di poche settimane, alla vicenda del Regno di Araucania e Patagonia, la cui parabola storica copre un arco di circa vent’anni, dal 1858 a 1878, anno della morte del suo protagonista. Le fonti storiche sono scarse e incerte, ma per la sua originalità è stata quasi sempre trattata come un avvenimento tutt’al più curioso, ad opera di uno stravagante avvocato francese, Orélie Antoine de Tounens.

    Bruce Chatwin, nel suo  In Patagonia  traccia per l’appunto il ritratto di un uomo in preda a un delirio di grandezza,  una specie di avventuriero che aveva individuato in quei territori selvaggi la possibilità di coronare le sue ambizioni visionarie, e che va incontro all’indifferenza, la derisione, la persecuzione e l’inevitabile fallimento per un progetto tanto sgangherato. Eppure, anche se dapprincipio il massone Orélie si era probabilmente mosso, come tutti gli europei, sulla base di informazioni vaghe, condite più da romantici ideali e, forse, anche da prosaiche mire materiali, mi riesce difficile immaginare che la lunga frequentazione con gli indios araucani, i mapuche, non abbia lasciato alcun segno nell’uomo e nella sua vicenda. Il fatto è che Chatwin ricostruisce con una buona dose di ironia l’avventura di questo sedicente re da operetta, ma  trascura una parte non secondaria della questione, ovvero il consenso consapevole degli indios, i quali ancora oggi, infatti, tramandano una narrazione di quella storia assai diversa.

   I mapuche sono l’unico popolo indigeno del Sudamerica e non essere mai stato sconfitto, resistendo per tre secoli ai conquistadores (e prima ancora agli inca) attraverso un lungo conflitto (o, meglio, una serie di conflitti) che andò sotto il nome di Guerra di Arauco.  Gli spagnoli erano arrivati in Cile nel 1541. Vent’anni prima Fernando Cortes aveva liquidato l’impero azteco in meno di tre anni; dieci anni dopo Cortes fu la volta di Francisco Pizarro, che nel medesimo breve lasso di tempo fece crollare il grande impero inca. Si dice che la fragilità di quegli imperi consistesse proprio nel loro centralismo: caduto il potere centrale, si sfaldava la struttura dello stato. Naturalmente furono complici non secondari le malattie importate dagli europei, le armi da fuoco, l’uso della cavalleria. Tuttavia, nonostante la maggiore potenza militare dei conquistatori, i mapuche riuscirono ad opporre una tenace resistenza che tenne in scacco l’esercito spagnolo per trecento anni e non poche difficoltà crearono ancora al successivo avvento della repubblica del Cile che faticava a imporsi oltre il confine del fiume Bio-Bio. Gli indios araucani, divisi in entità tribali autonome (e talvolta anche in lotta tra loro, quindi ben esercitati alla guerra), potevano adottare tattiche di resistenza molto efficaci, con la guerriglia in un territorio selvaggio da essi perfettamente conosciuto, in una condizione ottimale anche per le loro armi tradizionali, e con la capacità di coalizzarsi al bisogno nominando un capo di coordinamento militare, un toqui, così come di rendere indipendente dagli eventi ogni “cellula” tribale: se ne cadeva una, restavano in piedi le altre. Furono rapidi nell’adottare anch’essi l’uso del cavallo e di reparti organizzati di cavalleria e fanteria, la pratica dello spionaggio e, a un certo momento, perfino l’artiglieria.

    Ai periodi di conflitto si alternavano tregue e intese col nemico invasore. Le trattative avvenivano con i frequenti parlamentos che naturalmente vertevano principalmente sulla delimitazione dei confini, sullo sfruttamento del territorio (ad es. l’estrazione delle risorse minerarie fu subito un tema controverso, per un popolo che aveva il culto sacro del rispetto della terra), sulla restituzione dei prigionieri venduti come schiavi ai proprietari terrieri o impiegati nel duro lavoro delle miniere. I mapuche dimostrarono quindi non solo costante abilità strategico-militare, ma anche capacità di trattativa e sagacia nel difendere e conseguire il riconoscimento dei diritti.

    In tale contesto, dunque, si inserisce l’avvocato Orélie Antoine de Tounens e il suo rapporto privilegiato con il toqui Quilapan. Il francese confermò agli indios, con gli argomenti del diritto naturale e internazionale, quanto essi sapevano già da sempre: che la terra è di chi la vive e la usa secondo le proprie arti e tradizioni da infinite generazioni. Per questo ho ritenuto nella mia storia – che, beninteso, è pur sempre un prodotto di finzione – che si sarebbe fatto un torto a trattare Orélie esclusivamente come un arrivista senza scrupoli, un folle visionario, o, ancora peggio, un imbroglione (per quanto egli abbia adottato qualche sotterfugio, ma a danno del governo e a favore del suo progetto), perché in tal modo si sarebbe fatto un torto anche maggiore all’intelligenza e alla lunga esperienza dei mapuche, considerandoli degli sprovveduti ubriaconi (così li descrive sostanzialmente Chatwin) predisposti a cadere facilmente negli inganni di un imbonitore truffaldino. Cosa che, viste le circostanze e la loro storia, mi è sembrata priva di logica. È invece assai più probabile che i loncos  mapuche abbiano intravisto attraverso Orélie l’unica opportunità di un riconoscimento legale e internazionale dei loro diritti atavici. Insomma, così come avevano adottato il cavallo e i cannoni comprendendone subito le potenzialità, essi si sono presi un avvocato.

    Intendiamoci, siamo nell’Ottocento e in una terra lontana, selvaggia e sconosciuta, un luogo e un secolo dove i nostri parametri moderni non hanno sussistenza. Perciò l’impresa di Orélie può apparirci oggi quanto meno velleitaria o magari tragicomica. Ma la temperie storica prevedeva queste avventure e queste figure. Non dimentichiamo che nel 1860 un certo Garibaldi partì per un’impresa disperata con mille uomini alla conquista di un  regno difeso da un grande esercito organizzato; per non citare altri esempi anteriori, da Pisacane, ai fratelli Bandiera, alle guerre per l’indipendenza della Grecia dalla Turchia a cui parteciparono singoli intellettuali di mezza Europa. Nell’età risorgimentale fermenti libertari e rivoluzionari correvano per tutto il mondo e ogni folle impresa pareva, romanticamente, possibile. Rovesciare il vecchio mondo a colpi di quarantottate, fino all’esperienza (anche questa velleitaria?) della Comune parigina del 1871.

    Come dicevo, il punto di vista dei mapuche sembra assai diverso dalla vulgata basata essenzialmente sul rapporto del colonnello Cornelio Saavedra Rodriguez, l’ideatore e il comandante della guerra genocida di “pacificazione dell’Araucania” (quello che Chatwin descrive solo come “un proprietario terriero nobile” che provvede all’arresto di Orélie).

Scrive la ricercatrice Olivia Casagrande:

  “L’immagine [da parte mapuche, NDR] è quella di un uomo attratto dalle vicende dell’unico popolo che era riuscito a resistere agli spagnoli, affascinato da un mondo indigeno in cui si era integrato subito, adottandone il modo di vestire, la lingua e guadagnandosi il rispetto delle autorità Mapuche. Inoltre la costituzione del Regno di Araucania e Patagonia viene presentata come una possibilità per il popolo della terra di avere la propria indipendenza e trovare appoggio, alleanze e riconoscimento internazionale. La creazione di questo Regno venne discussa a lungo dai mapuche. Dopo numerose consultazioni, il 17 novembre 1860 venne approvata una Costituzione.”

    L’antico uso dei numerosi  parlamentos  aveva quindi creato nel popolo mapuche una ben chiara consapevolezza di ciò che poteva essere possibile ottenere anche attraverso le armi della parola e del diritto. Non considerare appieno il loro punto di vista impedirebbe perciò alla storia del Regno di Araucania e Patagonia di reggersi in piedi mutilandola di una gamba. La vicenda, si sa, ebbe un triste epilogo, ma ancora oggi i mapuche (unico popolo indigeno sopravvissuto all’estinzione che è stata il destino di tutti gli altri indios patagonici) vivono in una regione che gode di una certa autonomia e sono costantemente in lotta, con ogni mezzo, contro ogni prevaricazione dei loro diritti ancestrali.

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Note a margine di Ultima Esperanza – 1. I piemontesi.


    Risalendo alle radici del mio romanzo Ultima Esperanza, ambientato nel  Cile della seconda metà dell’Ottocento, troviamo tanto Piemonte, non solo perché io sono piemontese (e potrei perciò apparire di parte), ma per la straordinaria quantità delle fonti che al Piemonte inevitabilmente rinviano o si intrecciano.

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    Spesso i lettori di Ultima Esperanza mi chiedono notizie sulla figura del protagonista Federico Sacco: veterinario, naturalista darwiniano, esploratore, piemontese. I cenni storici che completano in appendice il romanzo offrono qualche chiarimento, ma può essere opportuno fornire qualche altra informazione a margine del libro. Federico Sacco è un personaggio di fantasia, come la sua avventura, o, almeno, lo è per metà. Il suo nome è quello del mio bisnonno che svolgeva appunto la professione di veterinario in provincia di Cuneo, nell’albese, a Govone. Era un tipico veterinario di campagna dell’Ottocento, di quelli che visitavano il bestiame di stalla in stalla andando per le cascine con calesse e cavallo. Non fu sicuramente un tipo avventuroso e dubito che abbia mai viaggiato, benché si sia laureato a Torino, forse la massima distanza da lui percorsa, al pari del trisnonno, veterinario anch’esso. Fino a qualche anno addietro, ricordo che nei nostri archivi familiari si conservava ancora un diploma di laurea datato 1821 della Regia Università, ma il documento, dopo la morte di mia madre, che nei suoi momenti di leggerezza veniva colta da furia iconoclasta antipassatista e distruggeva documenti, fotografie, cimeli, non l’ho più ritrovato. Una dinastia di veterinari interrotta da mio nonno Ettore Sacco, giovane svogliato, amante della città – dove aveva iniziato una piccola impresa -, e forse un po’ scapestrato, che fu ricondotto alla disciplina dalla Grande Guerra e dal successivo matrimonio combinato tra famiglie in paese.

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    Dunque il Federico Sacco veterinario è esistito, ma la vicenda del mio personaggio diverge radicalmente dalla realtà del piccolo mondo di provincia del mio bisnonno. La scelta di dargli questo nome ha tuttavia coinciso con la scoperta di un più illustre omonimo che proveniva da Fossano, cittadina in cui era nato nel 1864 (troppo giovane per la mia avventura, che si svolge tra il 1869 e il 1870), ed è stato uno dei massimi esponenti della cultura scientifica torinese e non solo. Traggo le notizie sul professor Federico Sacco dal Dizionario Biografico degli Italiani Treccani:

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    “Dopo gli studi secondari a Fossano, Federico Sacco si laureò nel 1884 in scienze naturali all’Università di Torino; fu discepolo di Martino Baretti, collaboratore e amico di Quintino Sella e di Luigi Bellardi, illustre paleontologo piemontese. Già dal 1883, e sino al 1886, fu assistente al Museo di zoologia e anatomia comparata; libero docente in geologia nel 1886, ottenne nel 1898 la cattedra di geologia presso la Scuola di applicazione per gli ingegneri di Torino. Professore ordinario dal 1903 e direttore del Museo di geologia e mineralogia, trascorse tutta la sua carriera a Torino. Sacco è stato probabilmente uno dei più prolifici e infaticabili geologi e naturalisti della fine del XIX e della prima metà del XX secolo. Autore di più di seicentotrenta pubblicazioni, tra cui decine di volumi che spesso superavano le quattrocento pagine, praticò molte delle discipline connesse alle scienze della Terra, dalla tassonomia dei molluschi dei terreni terziari alla cartografia geologica, dalla glaciologia all’evoluzione della vita sulla Terra. I suoi studi sui ghiacciai alpini, novantaquattro in tutto, illustrati da un ricco apparato fotografico, costituiscono in molti casi testimonianze preziose del recedere dei ghiacci e del mutamento climatico.”

    Insomma, un uomo di straordinaria rilevanza, ma che, anch’esso, non ha nulla a che  vedere con l’avventura che ho narrato, nonostante le molte affinità con il mio protagonista. In qualche modo, le vite reali si intrecciano in modo paradigmatico con la fantasia regalando profondità imprevista a personaggi della finzione, non veri, ma verosimili.

    Il mio Federico Sacco è immaginato come giovane studioso affascinato dalle nuove idee di Charles Darwin, che durante gli anni torinesi ha modo di partecipare a una famosa conferenza tenuta nel 1864 a Torino dall’eminente  professore di zoologia e anatomia comparata Filippo De Filippi intitolata L’uomo e le scimie (proprio così, con una M sola). Il De Filippi, a pochi anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin, mostra già tutto l’interesse per le nuove teorie da parte delle punte del più avanzato, e laico, mondo scientifico italiano. E ancora compare Torino. De Filippi era in verità nato a Milano nel 1814, ma fu professore insigne all’università di Torino, città allora attrattiva quanto mai, e fu tra i primi a diffondere in Italia il darvinismo. Uomo più avventuroso di altri suoi colleghi cattedratici, partecipò nel 1865 al viaggio di circumnavigazione della fregata Magenta durante il quale fu colpito da una grave malattia che lo condusse alla morte a Hong Kong nel 1867.

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    Ad assistere a quella conferenza, il mio Federico Sacco si ritrova in compagnia di altre eminenti personalità: Cristoforo Negri e Michele Lessona. Di quest’ultimo esiste a Torino una via a lui intitolata. Naturalista e letterato nato a Venaria Reale nel 1823, Lessona era figlio di un docente di veterinaria e studiò medicina, ma ebbe una giovinezza movimentata a causa dell’amore per la prima moglie, osteggiato dalla famiglia, che lo condusse a vivere per anni in paesi stranieri, tra cui anche l’Egitto e la Persia. Dopo la morte della prima moglie rientrò in Italia e fu anch’egli professore di storia naturale, ad Asti, e quindi di zoologia e di anatomia comparata all’università di Torino. Fu un altro dei più fervidi divulgatori del darwinismo in Italia e fu anche nominato senatore nel 1892.

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   Di Cristoforo Negri, invece, si ha una vasta e  ricca biografia, difficilmente condensabile, che coincide con tutta l’età risorgimentale, di cui fu uno dei principali protagonisti. Nato a Milano nel 1809, si laureò in diritto naturale ed economia politica a Pavia dopo aver compiuto studi anche in Austria e Ungheria. Appassionato di geografia e astronomia fu corrispondente della Società Geografica di Londra. Ardente rivoluzionario nel 1848, dopo Custoza fuggì a Roma, Firenze, Milano, Varese e infine Torino, dove si sposò e visse per ben quarantasei anni. Presidente del consiglio dell’Università, amico di Massimo D’Azeglio, ebbe delicati incarichi al ministero degli esteri su mandato di Cavour. Fu inviato a Tunisi, Atene, Costantinopoli, Lisbona. Fu delegato plenipotenziario per il Perù, la Cina, il Giappone e il Siam. Ebbe contatti con Napoleone III, con il governo inglese, con l’Accademia dei Georgofili di Firenze e con l’Accademia delle scienze di Torino, di cui era già socio corrispondente dal 1842. Fu tra i fondatori della Società geografica Italiana (12 maggio 1867), e ne divenne il suo primo presidente fino al 1872. Nominò Darwin membro onorario della  Società, di cui continuò a seguire gli sviluppi anche dopo la cessazione dell’incarico. Nel 1881 promosse, con Giacomo Bove, la spedizione italiana in Antartide, Argentina e Terra del Fuoco.

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    Ed eccoci a Giacomo Bove, altro romanzesco personaggio. Piemontese monferrino, nato nel 1852 a Maranzana, presso Asti, si dedicò inopinatamente alla navigazione. A vent’anni era guardiamarina di prima classe e si imbarcò per un lungo viaggio verso i mari orientali toccando la Cina, il Giappone, le Filippine e il Borneo. Negli anni successivi partecipò alla perigliosa missione a comando svedese per la ricerca, lungo le coste della Siberia, di un passaggio a nord-est tra il mare artico e l’oceano Pacifico. Nel 1880, sostenuto da Cristoforo Negri, propose l’esplorazione dell’Antartide, ma il progetto venne ridimensionato e si limitò alle, peraltro ancora poco conosciute, terre magellaniche, Isola degli Stati, Terra del Fuoco e Patagonia, non senza numerosi rischi tra i quali anche un naufragio con la nave cilena  San José salpata da Punta Arenas. Di queste esplorazioni dell’estremo Sud (ripetute almeno due volte) ha lasciato un importante memoriale. Di non minore importanza sono stati i successivi viaggi che ne debilitarono il fisico fino al punto che, malato, si tolse la vita a Verona nel 1887.

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    Infine è il missionario salesiano biellese (di Pollone), padre Alberto De Agostini (fratello del fondatore dell’omonimo Istituto Geografico di Novara) che, a partire dal 1909, ci ha lasciato fotografie, filmati, testimonianze curate in dettaglio di tutta la Patagonia continentale, argentina e cilena, e delle estreme propaggini della cordigliera andina.

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    A proposito dei salesiani in Patagonia, ci sarebbe una singolare storia da ricordare. La fondazione della Congregazione era avvenuta nel 1859 a Torino, nel rione Valdocco, ad opera di don Bosco (il futuro San Giovanni Bosco, uno dei più importanti santi sociali torinesi). Tra le speciali doti di don Bosco pare fosse spiccata quella della premonizione.

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    Nel 1872, quando don Bosco aveva 57 anni, raccontò un lungo sogno: “Mi parve di trovarmi in una regione selvaggia e affatto sconosciuta. Era un’immensa pianura tutta incolta… Ma nelle estremità lontanissime la profilavano tutta scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un’altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, con i capelli ispidi e lunghi di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali…”

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    Il sogno prosegue con la descrizione di atti di ferocia da parte dei “selvaggi” verso alcuni missionari venuti a predicare: “Dopo di essere stato a osservare quegli orribili macelli, dissi tra me: ‘Come fare a convertire questa gente così brutale?’” Subito dopo  don Bosco vede arrivare un mite gruppo di salesiani di fronte al quale invece i selvaggi depongono le armi e si inginocchiano ammansiti come il lupo di San Francesco.

   Don Bosco restò vivamente colpito da questo sogno ritenendolo un avviso celeste, sebbene sul momento non gli fosse chiaro in quale parte del mondo andasse collocato. Tuttavia le immagini da lui evocate sembrano con evidenza risentire di quella storica (falsa) narrazione riguardante i “feroci selvaggi” patagoni, da sempre descritti come nudi giganti dai grossi piedi (il loro nome, attribuito dai primi esploratori, deriverebbe dal portoghese patagao=zampa grande), cannibali e sanguinari. Tali dovevano almeno essere le vaghe informazioni di don Bosco, assiduo lettore degli Annali della Propagazione della Fede, che devono essere stati la fonte del sogno. Non immaginava, il santo sacerdote, né gli fu comunicato in sogno, di quanti e quali stragi e soprusi furono invece vittime i disgraziati indios della Patagonia fino alla loro totale estinzione. Qualche anno dopo, la richiesta dell’Argentina di inviare laggiù dei missionari lo convinse infine che quel suo sogno si dovesse riferire proprio al Sudamerica. La prima missione salesiana permanente, dopo aver visitato l’arcipelago fuegino dalla base di Punta Arenas, si insediò nel 1887 nell’Isola di Dawson con l’obiettivo di fornire un’educazione “civile”, e naturalmente religiosa, agli indios Alacaluf, come venivano anche chiamati i Kaweshkar.

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    Ventitré anni dopo arrivò Padre De Agostini. Ordinato sacerdote a Foglizzo nel 1909, partì lo stesso anno per la Terra del Fuoco. Il Dizionario Biografico riporta che “da allora, per mezzo secolo alternò la sua attività di missionario con numerosi viaggi di studio e di esplorazione nella cordigliera fueghina, nelle isole di quel vasto arcipelago e nelle Ande della Patagonia: non passò infatti quasi mai un’estate australe senza che egli organizzasse almeno un’escursione in quei territori. Non è quindi possibile ricostruire nei dettagli tutte le sue spedizioni, tanto esse furono numerose.”  Egli ci ha tuttavia lasciato uno straordinario diario, Ande Patagoniche, ignorato da Bruce Chatwin, dove rende conto di molte delle sue escursioni e dei suoi incontri.

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    L’opera dei missionari salesiani, per quanto talora discutibile, ebbe tuttavia il merito, e questo va assegnato soprattutto ad Alberto De Agostini, di fornire un’ampia documentazione antropologica che sarebbe altrimenti andata perduta. Ed è anche certo che gli stessi missionari, recatisi laggiù per educare i selvaggi, in luoghi ancora pressoché sconosciuti e con informazioni imprecise sulle genti che dovevano incontrare, ricavarono a loro volta insegnamenti preziosi e il sentimento di doveroso rispetto e protezione verso una diversa umanità. Non fu però sufficiente per salvare quelle antiche culture di cui non ci restano oggi che i relitti museificati.

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